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Vivoumbria.it | Presentazione di Le cose inutili

PERUGIA – Quando Vlado Merletti ricompare al Baranoia, dopo un lustro di assenza e un divorzio mal digerito, non tutto è rimasto immutato… Parte da qui “Le cose inutili”, il romanzo di Carlo Sperduti (pièdimosca edizioni) che verrà presentato venerdì 2 ottobre alle 18 all’Osteria Il Gufo di via della Viola, a Perugia.

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Astensione | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

In tempi vicini, poco oltre il duecentesimo chilometro dell’Emilia, all’altezza di una pietra miliare scomparsa, si è generata una piccola buca nell’asfalto, profonda appena due strati sottili e meno ampia di una mattonella di medie dimensioni: non tanto da passare osservata, lieve sobbalzo di pneumatico qual è, confuso tra le mille scosse di motori e lamiere. Noncuranti, per lo più, i viaggi in auto.

Metà di una imago è tornata alla luce tra il secondo e il terzo strato, mutando della buca, sotto ogni vettura di passaggio, la forma del perimetro, lasciandone invariata la superficie complessiva.

I guidatori ignorano che il futuro prossimo nella prossima città si configura per ognuno in quel perimetro, in iconiche sembianze di grigi cuori, fiamme, penne, gocce, bottiglie… a significare amori, incendi, contratti, emorragie, abusi d’alcol…

L’incanto, d’altronde, non aspira all’incontro, non desidera riconoscimenti. Si limita a registrare, non provoca. Forse ha un autore cui trasmette materia continua di rimuginio o trama romanzesca.

Ma i rapporti tra le cose.

Solo le automobili, nell’ordine di centinaia o migliaia in un giorno – difficile computo – sembrano invitarlo, spingendolo avanti per la frazione di secondo che a ognuna compete, a seguire i destini alle mete.

Pure la buca, col suo incantesimo mezzo celato perfino a se stesso, rimane a distanza, malinconico personaggio che osserva l’azione, a cui si addice sottrarsi alla giga alla fine del dramma.

 

Carlo Sperduti


Rotazione | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

In un punto della notte, ogni notte in un punto diverso, il paese dorme di un sonno sincrono. Non sa, la sua parte umana, di esistere, oppure torna a non esistere: ignorano se stessi uomini e donne, non hanno modo di assistere a legni pietre vetri metalli in concorso d’intenti, custodi gelosi della ruota degli esposti, perno di un’inversione che incomincia dalla piazza.

Ben piantata sul suo asse, la bussola girevole è un sole nero come un buco; la chiesa le gradinate il pozzo il municipio prendono a orbitare; continuano, gusci concentrici fino agli estremi del borgo, a proteggerla.

Terminato un giro completo di questi, è quella a incominciare il suo: non già dall’esterno all’interno, a celare un abbandono di carne indesiderata, ma in senso inverso, desiderosa di offrire in Piazza Verdi ciò che non sarà offerto.

L’unanimità del sonno si rompe puntuale in una o più case prima che il secondo emiciclo sia percorso, per impazienza di una rivelazione o terrore della stessa. La ruota si arresta.

Chi schiude gli occhi in quel frangente scruta il nero aguzzando l’udito, destato da un suono non suo solamente immaginato; rimane impigliato un minuto in uno spostamento di sensi, stridente con la vita come un ausiliare sbagliato in un libro. Trasporterà in sé un rimpianto senza oggetto che talvolta, nell’attraversare la piazza, scalcerà dall’interno come un figlio inconsapevole, lasciandolo smagato.

Carlo Sperduti

 


Transito | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

Si diparte per ortogonali la viuzza in salita, malamente asfaltata da lustri di noncuranza. Un muro di contenimento precede un’erta verde, indica con grigio imparziale le opzioni carrabili a destra e a manca.

Lassù, pochi metri d’erba quasi sgombri da arbusti precedono una più fitta boscaglia in cui lo sguardo s’interrompe per vie naturali di rami e foglie.

Solo pochissime automobili, tra quelle che giungono al bivio, se ne vanno a sinistra, residenti in tre villette di là; la più parte prosegue a destra tra i colli, per Pignataro o Brocco o per il lago Fibreno, non senza arrancare sulla pendenza in aumento in quel punto di svolta.

Una vecchia, a due metri dalla sommità del muro e poco più distante dall’oscurarsi del bosco, il corpo allargato dall’età, brucia sterpi in un fuoco incauto, che il vento minaccia di estendere al mondo.

Nell’affaticamento dei motori, nel cambio di marce e nelle sterzate, guidatori e passeggeri le gettano un occhio e la vecchia ricambia dall’alto con sguardo di roccaforte.

In quel momento si transita tra un fuoco e un rudere, dall’altro lato, che non si fa a meno di notare: casa vecchia di pietre ancor più vecchie tra spire di rampicanti, umide scalette smozzicate per un ingresso vano, occluso, resti di tetto bombardato e arreso. Nulla si può scorgere dell’interno.

Uno si convince che il rudere contenga le qualità della vecchia, che nella persona non riesce a vedere, e si ripromette di tornare a guardare, magari quella stessa notte. Un altro intuisce il prossimo incendio inquadrato dall’alto: la prima linea di fiamme, che dalla vecchia si mette a marciare, la bocca ridente di un bosco sdentato.

 

Carlo Sperduti

 


Persistenza | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

Giunto al bivio, che impone una scelta tra una recinzione di cresta e un tracciato meno palese, nel fitto dei faggi per Pizzo Fau, il camminatore si arresta in una valutazione, presto inibita da un impensato problema visivo.

Per una panoramica frustrata, si accorge che il paesaggio non subisce variazioni col procedere dello sguardo da destra a sinistra; neppure nell’infruttuoso viceversa da lettura occidentale.

Come fotografato sulle lenti degli occhiali, con mirabile messa a fuoco a così breve distanza, il bivio segue la testa, lenta o veloce che sia, a trecentosessanta gradi, tenacemente frontale a ogni tentativo d’inganno.

Perfino arretrando o avanzando, identico per dimensioni e proporzioni, il bivio si ribadisce con un fondo di ironia.

Liberandosi degli occhiali, il camminatore ne scorge l’invariata cornice attorno all’inquadratura. Dentro, caparbio, il bivio.

Logicamente la prossima mossa – non importa se fra un minuto o un’ora, un giorno o una settimana, poiché l’universo è paziente – sarà per il camminatore cavarsi gli occhi, ufficio al quale aste e terminali contribuiranno, nell’orrore tutto umano delle mani nude.

Stabilita l’inefficacia strategica dell’amputazione, non gli rimarrà che sanguinare, confermandosi spettatore del bivio da orbite vuote.

Il due si riproduce così narciso, onanista e beffardo, chiamando a testimone coatto della sua evidenza l’uno in cui risiede, che invade da parassita.

 Carlo Sperduti


Notte | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

Si vedrebbe da quel terreno gerbido l’altura fronduta di fronte, se non fosse già scesa la notte.

Solo in cima, dall’acropoli di Arpino un segmento di linea megalitica s’illumina, all’unico scopo d’illuminare, con un tedioso retrogusto turistico e il piccolo centro abitato celato al di là, da cui appena si avverte un lumeggiare, a notifica del confine celeste.

Più giù s’intuisce infrequente una parte di serpe obbligata. È l’asfalto tortuoso per giungere a Civitavecchia: corrusche vetture attraversano il buio, sporadiche, elencano profili di alberi che paiono un albero solo in salita che corre, precede a insegnare la strada.

I fari svaniscono poi inghiottiti a sinistra. Di essi rimane per qualche secondo il ricordo in un rombo lontano: la luce si spegne nel suono. Infine in silenzio rinasce l’attesa, di nuovo la notte è totale dal piano al frammento di mura.

Una coppia, di là, rimarrebbe per ore a guardare le sue stelle ascendenti, incurante di ogni finzione.

Una, però, compiuto il tragitto non lascia la strada nel buio. La linea è continua, un fascio di torcia potente: si allarga avanzando e non viene inghiottita a sinistra.

Ora si contano gli alberi: qualcuno sembra crollare; pericolanti, altri resistono.

Un tuono di terra rimbomba più volte tra le colline. Da fianco a fianco si ripete qualcosa che viaggia al di là del rumore, un’ecolalia indecifrata per troppo disturbo, per troppa frequenza.

È solo all’alzare degli occhi che il punto è chiarito: quel tratto di mura pian piano digrada nel nero, scivola a destra. Quando si è mosso abbastanza, entrambe le luci son spente.

Carlo Sperduti


Distanza | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

Come soldati in trincea dimentichi del contesto, spuntano eretti, notturni, dei corpi. Su un lato del ponte, tra la quarta e la quinta arcata, rimangono immobili, esposti ai colpi di un nemico invisibile: questi logicamente li abbatte, benché non esista e non esista una guerra.

Ottanta metri ed è tutto un tuffarsi acrobatico: li chiamano suicidi. Corpi d’ignoti si ammassano nel letto del Tessino assetato; a volte la pioggia li agucchia, inconcludente e viziata: annoiata dall’eterno giocare.

In prima luce, ogni mattino, dal paese vengono a prenderli e li fanno sparire. Debolezza presunta, segreto da non dare a vedere.

Quelli, però, non intendono recarsi a morte.

C’è un momento di spazio, noto soltanto al resto del mondo, che esiste di un’esistenza contraffatta e lunare.

Tentati da un’alta esperienza i forestieri vi giungono al buio. Qui realizzano il sogno dei sogni: arrivare alle stelle e poterle davvero guardare. Si trovano allora perduti di fronte a inferni d’idrogeno ed elio e subito invertono il sogno, perché ora è la Terra a distanza incolmabile dallo spavento siderale.

Si spediscono quindi all’ingiù, lettere commendatizie a una geometria smarrita, ma non trovano protezione.

Si disfano, vittime meteoritiche di un implacato impattare.

 

Carlo Sperduti


Squadernauti | Gli altri fanno volume

GLI ALTRI FANNO VOLUME

 

Gli altri fanno volume, titolo dell’ultimo romanzo di Angelo Calvisi (uscito per pièdimosca nel marzo del 2020), riprende una delle tre citazioni in esergo: Ennio Flaiano scrisse infatti che “I giorni indimenticabili nella vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume”. E in effetti nel libro sono riportate, slegate dall’ordine cronologico e rappresentate da altrettanti capitoli, sei giornate della vita di Paolo Carta, in un arco temporale che va dai suoi undici anni ai quarantacinque, ovvero dal 1978 al 2012.È la frammentaria autobiografia di un individuo intelligente, malinconico, impacciato, autoironico e vagamente ossessivo, che attraversa la propria esistenza (e la storia, dal rapimento di Aldo Moro al G8 di Genova) desiderando di radicarvisi ma al contempo nutrendo profondi dubbi sulla possibilità di aderire a un’univoca forma e funzione che garantiscano stabilità, serenità, piena consapevolezza di sé.

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Mangialibri | Gli altri fanno volume. Recensione di Mauro Maraschi

Genova, 2007. Paolo ha quarant’anni e dirige un negozio di musica della catena Mega Store. Dopo dieci anni di silenzio, il padre ricomincia a telefonargli, “come se fosse passata soltanto una settimana”, per poi sparire nuovamente qualche mese dopo. Quando Paolo scopre che è morto gli tornano a galla i ricordi di un’infanzia dimenticata. Approfittando del licenziamento, decide così di andare in Sardegna, nel paese natio del padre, per le pratiche dell’eredità: sull’isola, però, troverà molto altro. 1995. Paolo va per i trenta, vende polizze assicurative ed è stato lasciato da Caterina, per compiacere la quale ha perso nove chili in due mesi cibandosi solo di semi di zucca e Pocket Coffee. (altro…)