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Rassegna stampa

POI TUTTO RICADDE | Da Moby Dick a Le città di pianura: tra capitalismo, natura e paesaggio

POI TUTTO RICADDE su inSintesi di Nicola Palumbo

Durante il Salone del Libro di Torino a fine giornata sono finito alla Bocciofila Vanchiglietta per la presentazione del libro Poi tutto ricadde di Marco Catone, edito da Piedimosca Edizioni per la collana “catrame”. Alla presentazione c’era anche Pierpaolo Capovilla, reduce dal successo della pellicola Le città di Pianura.

Il libro di Catone è liberamente ispirato all’opera di Melville e riporta delle illustrazioni dello stesso autore. E’ un libro che mette in primo piano un simbolo potente: il doblone spagnolo, la brama di denaro connaturata nell’essere umano.

Ogni personaggio segue un’ossessione, e il doblone diventa una sorta di cartina di tornasole. C’è il tema del viaggio, del rapporto tra uomo e natura che si esprime su diversi piani semantici. C’è il mistero e l’ignoto. E’ un classico che ritrova nelle illustrazioni di Catone una interpretazione riconoscibile ed originale. Ma mi fermo qui e vi lascio all’intervista.

A fine presentazione ho fatto due chiacchiere con i due che trovate in versione integrale sia in video che nella trascrizione qui di seguito.

 

Dicevo prima che durante la presentazione mi sono ricordato anche di un parallelismo con due libri: uno è Cuore di tenebra e l’altro è Tempo di uccidere di Ennio Flaiano. Sono due libri che affrontano il sia il tema del colonialismo, che dell’abuso dell’uomo sulla natura, ma anche della scoperta e dell’ignoto.

Catone: si, ne parlo anche nella nota introduttiva. Cito proprio in conclusione il parallelo con Conrad, che è forse il libro più affine, nonostante la mole, perché Moby Dick è enorme, sterminato, mentre Cuore di tenebra è un libricino smilzo. Però gli archetipi sottesi sono i medesimi. Anzi, il personaggio di Kurtz, poi ripreso da Coppola in Apocalypse Now con le stesse caratteristiche, è Acab: ha le stesse caratteristiche superomistiche, quell’indifferenza totale nell’andare verso un obiettivo, indifferente a tutto il resto.

Per cui c’è questo caso. Poi, nel caso di Conrad, semplicemente la balena è sostituita dal legname, però alla fine il senso è lo stesso. In quel caso c’è il Congo, che è stata una delle nazioni più devastate dal colonialismo in assoluto nella storia, dove il massacro venne fatto dal re del Belgio: era il suo possedimento privato, non era neanche una colonia. Per cui lui poteva disporre di tutti gli abitanti come voleva, poteva ucciderli.

Allo stesso modo di quello che è avvenuto con le balene. Però le balene sono degli animali, per cui c’è sempre, come diceva Pierpaolo, quella considerazione degli animali come creature inferiori. In questo caso parliamo proprio di esseri umani.

E poi anche Flaiano: anche in Flaiano troviamo più o meno, magari in maniera più sfumata, le stesse tematiche. In quel caso il tema del viaggio.

Chiedo anche a Pierpaolo: sei anche un attore e hai partecipato a un film dove anche lì c’è un viaggio. C’è forse un parallelismo anche lì tra il capitalismo, il viaggio e come la natura viene deturpata?

Capovilla: Sì, evidentemente sì. Le città di pianura è un road movie molto semplice, molto gentile: uno sguardo languido nei confronti di una comunità umana che ha fallito tutto. Non perché non abbia cercato un obiettivo: si è accontentata del sistema capitalistico, quindi dell’individualismo economico. Ha creduto nello sviluppo economico e non ha creduto nel progresso sociale.

Il parallelo è praticamente inevitabile. E poi è chiaro che la natura è stata deturpata. Ve lo ricordate, no? “Piccola e bella”, la piccola e media impresa. Poi arriva la crisi del 2008, Lehman Brothers, crolla tutto quanto, e di questi capannoni non ce ne facciamo più niente. Ma non ce ne facciamo più niente neanche delle infrastrutture che sono state create per questo sistema economico, che sono immense.

È stato un processo di cementificazione spettacolare in Veneto, in Friuli-Venezia Giulia, in Emilia-Romagna, in gran parte della Lombardia, ma in tutta la cosiddetta Padania. Tutte le falde acquifere sono compromesse. L’aria della Pianura Padana è la peggiore dell’Unione Europea.

Quindi che cosa ha fatto Acab in Pianura Padana? Ci ha proprio fregato alla grande: ci ha rubato le due cose essenziali, i due beni comuni inalienabili, l’aria e l’acqua.

Quindi passiamo dall’olio usato per alimentare l’illuminazione pubblica alla depredazione totale.

Capovilla: È il fuoco, evidentemente, che è contro di noi. Un’altra cosa bellissima, a proposito di elementi alchemici: chi è che ha vinto fra l’aria, l’acqua e il fuoco? È il fuoco.

La cosa bella del libro è che si dà una trasposizione del testo in immagini. C’è una predominanza del nero. Perché?

Catone: da una parte per una mia predilezione personale, proprio su questi punti di riferimento come Albrecht Dürer, i grandi incisori medievali o rinascimentali. Oppure, in tempi più recenti, ammiro un grande disegnatore come Frank Miller, che è poi quello che ha ricreato il personaggio di Batman tutto con questi bianchi e neri fatti a pennello, con la china, inchiostro di china puro e assoluto.

Per cui una visione quasi manichea. Spesso anche Elena ha detto giustamente che Moby Dick è considerato quasi una parafrasi sia della Bibbia che di Omero. Per cui andiamo proprio alle radici della nostra cultura. Non ci sono sfumature.

C’è uno scontro tra natura e civilizzazione, tra il mondo tecnologico e il caos primordiale. Questo è il senso profondo del libro.

Infatti, quando leggo Moby Dick, mi vengono in mente le immagini delle grotte di Lascaux, le grotte di Chauvet, le grotte paleolitiche in cui vediamo questi cacciatori senza volto che cercano di arpionare, di colpire con le lance questi enormi bisonti preistorici, questi tori giganteschi.

Chiaramente è una metafora dello scontro sempiterno fra il mondo umano, che cerca di ordinare il tutto, di rendere tutto ordinato, comprensibile, razionale, e invece la natura, che ci sfugge, che è qualcosa di caotico, che non comprendiamo, ma che alla fine vince. Vince sempre.

E penso che anche nella situazione attuale che stiamo vivendo, alla fine sarà proprio la natura a dire l’ultima parola. E non so in che modo.

Se questo viene visto come un romanzo di formazione, leggere questo libro, come leggere anche altri libri oppure vivere la nostra esperienza, ci porta poi alla fine a quale sintesi?

Capovilla: Vince la natura. Deve vincere il timore che noi dovremmo imparare a coltivare della catastrofe. Vogliamo restare a questo mondo o non vogliamo restare a questo mondo?

Io sono molto affezionato a questa cosa qua. Come diceva Woody Allen: “Mi piace respirare, mi piace essere vivo”. E mi piace essere circondato da donne e uomini vivi. Mi piace la vita, anche la nostra vita umana.

Io non disprezzo la razza umana e non mi auguro la sua fine. Mi auguro la fine definitiva, una volta per tutte, del capitalismo.

Facevamo questa battuta prima: nel 1789 a Parigi inventarono la ghigliottina per fare prima.

Tu arrivi alla stessa sintesi?

Catone: mah, diciamo che più che la natura, penso che quello che prevale alla fine sia l’inconoscibile rispetto al conoscibile.

Penso, come diceva giustamente Pierpaolo, che bisogna comprendere anche l’uomo nella natura. Se l’uomo viene compreso armonicamente nella natura, non è un corpo estraneo, come si presenta invece attraverso la civiltà capitalistica, industriale, depredatoria.

Per esempio, spesso vengono viste le catastrofi naturali — tsunami, inondazioni — quasi come una punizione divina, come se la natura si rivoltasse contro. Ma alla fine la colpa è nostra: non sappiamo armonizzarci, costruiamo dove non dobbiamo costruire, costruiamo male.

Se noi invece fossimo più flessibili, più rispettosi e conoscessimo meglio i ritmi naturali, come li conoscevano i nostri progenitori, alla fine queste catastrofi non avverrebbero. Questa frizione, questo scontro, non si innescherebbe.

Si innesca perché la direzione che stiamo prendendo, soprattutto per quanto riguarda le civiltà cosiddette industriali, quelle più tecnologicamente avanzate, va in direzione opposta rispetto al cercare un’armonia con il resto.

Capovilla: dovremmo anche sempre ricordarci, credo, che la fase capitalistica della storia dell’umanità è estremamente breve, dal punto di vista della storia dell’umanità stessa, per non parlare dell’era geologica.

È negli ultimi tre secoli, dal “Prometeo liberato”, quindi dallo sviluppo e dal fiorire del capitalismo, che abbiamo incominciato sul serio, e in maniera così determinata, a distruggere l’ecosistema in cui viviamo. Prima non era così.

Se andiamo a dare un’occhiata — lo possiamo fare ancora adesso, anche se sono ormai diventate rarissime — alle comunità umane primigenie, in Perù, in Amazzonia, qualcosa forse è rimasto in Africa, quelli che tirano le frecce agli elicotteri quando li vanno a osservare… Questi non conoscono la modernità, non sanno che cos’è la contemporaneità o la postmodernità.

Vai a vedere queste comunità: sono società matriarcali e basate sul gioco, non sul lavoro. Konrad Lorenz, se ricordo bene — magari non era lui, non vorrei dire una stupidaggine — osservava che un individuo maschio adulto in una di queste comunità lavora in media otto ore al mese.

Certo, non c’avete la penicillina, non c’avete l’aspirina, non c’avete la medicina moderna, ma c’avete una cosa incredibile che noi non abbiamo più: la simbiosi con la natura.

Noi, in questa mancata simbiosi con la natura, abbiamo creato tutto il nostro benessere distruggendo la natura stessa.

Perché arrivano i virus? Stanno costruendo un’autostrada in Amazzonia. Stanno praticamente costruendo l’autostrada dei virus in Amazzonia. Perché? Perché hanno bisogno di infrastrutture per spostare la soia. E a che cosa serve la soia? Agli animali. E a che cosa servono gli animali? A essere mangiati.

Andiamo avanti così, e allora aveva ragione Melville: aveva capito tutto.

E poi tutto ricadde. (Titolo del libro Ndr)

Capovilla: Mi è piaciuta come chiusura. Grazie per la tua sagacia.

Catone: Nel Colombre Buzzati racconta di un marinaio che viene inseguito per tutta la vita da questo mostro marino. Lui fugge per tutta la vita pensando di essere divorato.

Quando ormai è anziano, vecchio, dice: “Insomma, marinai, mettetemi in una scialuppa e lanciatemi verso il largo. Io mi arrendo, mi faccio divorare dal mostro”.

Questo enorme mostro arriva vicino a lui, apre la bocca e ha una perla meravigliosa. E dice: “Ma perché sei scappato tutta la vita? Ti portavo la perla del re del mare, che porta la felicità. Hai sprecato tutta la vita”.

Però poi Buzzati, genio, fa una coda ulteriore e dice: “Venne trovato uno scheletro su un’isoletta deserta: teneva tra le mani un sasso”.

Per cui probabilmente era anche tutta una sua invenzione, un’allucinazione che si era creato. Però Buzzati, da genio, aveva capovolto il racconto e alla fine c’era un senso: valorizzava il racconto originale.


Anteprima Fior di tucani su poesiainverso

Anteprima editoriale Fior di tucani su poesiainverso

a cura di Luigi Riccio

La mia nota di lettura a Giocoforza (ECS, 2024), il libro d’esordio di Lucia Manetti, si chiudeva con una sorta di cliffhanger: «l’ossessione per lo spazio di certe opere – dal prato alla wunderkammer alla cameretta vera alla città pianificata o meno al dormitorio al villaggio vacanze all-inclusive e via discorrendo – deve essere un segnale operativo, non solo un argomento retorico da notarsi: esiste uno spazio del libro, ed esiste pure una postura nello spazio del contemporaneo, che sarebbe miope non riallacciare al modo con cui ci sediamo davanti e nel virtuale. Anche qui, cose su cui riflettere più – e meglio – in seguito». In generale, il punto della questione era il tipo di logica a cui un libro del genere obbligava, e di postura. Cioè ancora: com’è che accade che provi quello che provi, leggendo un testo fatto in questo modo qua? Come vuole mi sieda all’inizio e alla fine? Ne è risultato, almeno per quanto mi riguarda, che la maggior forza della raccolta stesse nel suo interessarsi a come venisse usata, più che creata. Quindi: una nota a ritroso.

Attraversando il nuovissimo Fior di tucani, e già solo i due piccoli esempi che mostro qui in anteprima prima che il libro esca la prossima settimana, c’è quindi una questione fondamentale che mi sembra di dover affrontare: perché ho l’impressione di entrare in modo così diverso nei testi a seconda di quale delle due sezioni del libro (Tucani! e Girasoli!) si tratti? All this love was once anger, come pure si dice separandole, ma un tema è davvero tale quando risponde – e con efficacia – alla forma che gli è stata data, a come si interfaccia a chi legge. Provo allora, di nuovo, a dare una risposta: il senso di complicità e di repulsione che appaiono animare le due parti del libro sono, appunto, innanzitutto un senso di animazione e di inanimazione. Così come la rabbia accumula in maniera sterile dei dati esterni, subiti, e l’amore necessità di per sé di una condivisione attiva con un tu, si può essere post* davanti a un testo che non collabora, sfugge, dà per scontate le sue definizioni e i suoi linguaggi e uno che, invece, sotto sotto si preoccupa per noi. Un testo tucano. Tu-cano. E però, e anche: per quasi tutto il libro si cerca sostanzialmente di dare definizione a dei fenomeni. Ma c’è una differenza di fondo e forse anche un nuovo significato a una certa perplessità che ho attorno alla discussione letteraria sull’assertivo. La soluzione allo scontro rabbioso tra soggettività – quella di chi legge non messo davvero in comunicazione con quella di chi dice cosa un girasole sia – non è il ricorso tassonomico a un oggettivo, definire il tucano come ad esempio fa Corticelli in Qualche parte del cane (2019), ma una nuova concordanza tra quelle stesse soggettività (molto più simile in questo, in un possibile spettro dell’ibridismo poetico che va dall’oggetto usato come oggetto all’oggetto usato come funzione, al però molto più problematico companion di June Scialpi in Retriever). Andare d’amore e d’accordo. Dirti cosa può essere un tucano, come di te fa già parte, cosa puoi farci tu. Sicuramente farlo diventare.


da Fior di tucani (pièdimosca edizioni, 2025)

da Tucani!

Operazioni di manutenzione ordinaria per il corretto funzionamento dei tucani

Lavare sempre in acqua fredda, divisi per tipologia, ad esclusione dei tucani esplosivi. Vanno con i delicati, senza centrifuga, si sconsiglia l’utilizzo dell’asciugatrice, che potrebbe rovinare la selvaggia texture del becco, degli occhi e delle zampe. Un tucano ben tenuto profuma di vestiti puliti, come una candela yankee candle al cotone, alcuni tucani tuttavia emanano fragranze peculiari inerenti alla loro individualità tucano: un tucano tubo di scarico non avrà mai lo stesso odore di un tucano bagnoschiuma.

Una volta al mese si contano le zampe complessive dei tucani per assicurarsi che siano in numero pari. Se sono dispari, probabilmente un tucano non si è scongelato correttamente – in questo caso occorre procedere con una lezione di Zumba per tucani da quarantacinque minuti.

Dopo le zampe, bisogna verificare che i tucani non siano né troppo lunghi, né troppo larghi, né troppo grassi, né magri e che nessuno di loro abbia scritto di nascosto un libro su Deleuze e la matematica, sulla geopolitca o sull’acqua.

A seguire: avete reso abbastanza omaggio ai tucani questo trimestre? li avete guardati, vi siete lasciati guardare da loro, avete offerto un numero adeguato di panini? Se sì, è assai difficile che possano verificarsi casi di malfunzionamento, ma nel dubbio, provate a scuoterli uno per uno, se sentite un rumorino tipo di qualcosa di plastica che si muove, il vostro tucano è rotto: sgonfiatelo e rigonfiatelo da capo.

Per ultimo, fate attenzione alle ombre dei tucani mentre camminate, se vengono calpestate troppo finiscono per autodistruggersi, portandosi dietro il povero tucano e anche il vostro diploma di amorevoli manutentori di tucani.

+ + +

da Girasoli!

Heliotroops

Soldati solari nelle pareti fanno scricchiolare la notte, forzano le frontiere diurne, impedendo alle tende di chiudersi. Nel cervello sibila la scatola dove ricordiamo, appaiono miraggi lunari, che arrivano e subito iniziano a corrompersi. Sono loro che si mettono in mezzo, caricano incontrollabili sulle pareti e sul pavimento, si affacciano alla porta sprangata, soffocano le voci che bisbigliano all’esterno.

Altre infiorescenze, chiare, su un soffitto a vela: era la prima volta con i pesci, dispiegano le loro squame traslucide, su cui scivola il sole, proiettando i loro organi sul fondo, che sussultano a tempo, senza ammortizzatori. Mani di girasoli mi stringono per non farmi cadere nella vasca.

Inseguono la luce, la luce insegue loro: memorie infette da amnesia, i girasoli si fanno strada nel tempo, parassiti maestosi sfigurano gli invitati delle feste delle elementari, il videoregistratore, lo stelo ricurvo di una figura umana che porta del pane ai girasoli, e un’altra che uscendo da un torrente di montagna pronuncia una frase di girasoli. Provi a ricordare il giorno in cui sei andato alle poste per spedire un regalo di compleanno, ma i calendari non mostrano che girasoli, il locale dove lavorava un amico ha l’insegna erosa dai girasoli, ed è un destino che incrocia i nostri timori dalla sua poltrona eterna, di chi sconfitto dalle truppe girasole, balbetta infine un cantico incomprensibile.

Dalle spalle di quelli di cui ci sfugge il nome, penzolano girasoli: emissari gialli portano avanti la loro versione delle cose, divorano la realtà dall’interno, masticano imperterriti con il solo scopo di distruggersi, ripetersi, sopravviverci, restare gli unici testimoni.

Nata a Siena nel 1992, di base a Torino, Lucia Manetti ha collaborato con la rivista Hestetika dal 2015 al 2018, è attiva nel tech dal 2016 e lavora attualmente come direttore marketing per un’azienda di software francese nell’ambito della cybersecurity. Laureata con una tesi di ricerca su Ildegarda di Bingen, diplomata in Concept Art per videogiochi, Lucia ha una formazione umanistica, artistica ed economica. Nel 2024 pubblica Giocoforza (ECS), raccolta immersiva di poesie, prose poetiche e racconti brevi. È attualmente redattrice della rivista cartacea NiedernGasse. Alcuni suoi testi sono apparsi su Nazione IndianaNiedernGasse, multipersoUtopie del desiderio, Slowforward e altre riviste.

 

Foto di Andrea Folino


Appenninica su Limina Rivista

Appenninica su Limina Rivista

Appenninica, periferia geografica e periferia esistenziale nelle microfinzioni di Livio Santoro

Tra bellezza e abbandono: l’Appennino come spazio di solitudine, incanto e resistenza narrativa

L’ofride appennina è una pianta della famiglia delle orchidee, il cui nome riferisce l’area di appartenenza. Peculiare ne è l’aspetto: ora dal profilo di fiore, ora simile a un imenottero nella forma e nell’essenza olfattiva. Questa tipicità trae in inganno le api al punto da posarsi sul fiore nella convinzione di unirsi a un loro esemplare femminile. Peculiare ne è la classificazione: ora l’ofride appennina è interpretata come specie a sé, ora come sottospecie o variante di altra specie.

È a questa orchidea che Livio Santoro dedica uno dei racconti meglio rappresentativi della sua ultima raccolta Appenninica, edita recentemente da pièdimosca edizioni. Più che racconto, microracconto o microfinzione, genere della tradizione ispano-americana dalla forma brevissima, ellittica, ironica, già praticata dall’autore nella trilogia composta da Piccole apocalissi (2020), Commedie del vespero e della notte (2022), Le favole nuove (2024), pubblicata da Edicola Ediciones.

Nella recente silloge sono introdotti quaranta bozzetti d’Appennino, in un idillio mai troppo rasserenante e di cui l’ofride sembra proporsi come metafora. Fiore senza univoca definizione, spazio di bellezza e di inganno, di appartenenza e di esclusione. La forma sintetica dei microracconti, con i loro salti narrativi e i loro finali arditi, non fa che esaltare il vuoto di certi sentieri sconnessi, il funambolismo di chi sull’Appennino vive, passa, va. D’altronde, per parlare di altri luoghi rispetto a quelli cui la narrativa contemporanea ci ha abituato, c’è bisogno di un altro linguaggio. E il pregio della pagina di Santoro è molto nel modo di raccontarci le cose, nella sua scrittura sempre densa, onnicomprensiva di termini sottili, arcaici, dalla rarefazione classica, accostati a espressioni più realistiche se non specialistiche; scrittura come microsistema, a sua volta, all’interno del microcosmo tratteggiato da chi sull’Appennino, umbro nella fattispecie, soggiorna per lunghi tratti di tempo. Un tributo dell’autore a luoghi in cui non c’è più molta presenza, ma rimane molta affezione.

‘Uno scarno arredo: tre seggiole e un

tavolino, e sul pavimento due bugie con le

candele piegate dal vento di scirocco, pog-

giate accanto a un materasso cencioso e gri-

gio steso in un angolo tra i muri, un po’ di

sghembo rispetto alle pareti. E fogli bianchi

tenuti a terra da una grossa pietra. Un’am-

pia finestra spalancata sulla valle mostra un

cielo privo di nuvole: siamo all’imbrunire.

Assai parsimonioso anche il desco: una

pesca spaccata e due fette di pane. Null’al-

tro ad affollare il quadro. Non un passo a

turbarlo, né un respiro. Le seggiole: rotte,

almeno due. Le candele: spente. La porta:’

Come un racconto, ouverture della raccolta, apre a un interno sospeso e onirico di oggetti sparsi, a un presente senza tempo, a un ritaglio di cielo prossimo alla notte. L’andamento sintattico del brano tende a sconfinare nel rigo, quasi verso, successivo a esplicitare l’aspirazione verso qualcosa di indeterminato che non è trascendente, ma immanente. Tra quelle mura, sulla soglia di una porta ancipite, risiede il prodigio di una scelta mai risolutiva: restare o andare. Perché l’una o l’altra condizione riempiono di senso le storie di queste vite appenniniche.

Così è per Gianni, i cui vermi sono sottratti al ruolo di invisibili organismi infestanti il nostro corpo a morte certa, per rivelarsi fantasiosi interpreti di conversazioni, deliberazioni, considerazioni, plurime e condivise, dibattute e animate, tra il protagonista e i simbionti in lui e per lui vivi. Il fermento di questi organismi accompagna allora non la morte ma la vita, restituendo compagnia dove facile è arrendersi alla solitudine dei luoghi. Solitudine più volte evocata nelle pagine di Santoro, quella di paesi lungo un crinale che unisce la nostra penisola per lungo, ma la attraversa e la divide per largo. Eppure, su queste alture essere soli ricolloca l’uomo nel ciclo della natura intorno, lo irrora di un’emotività arrugginita altrove, lo riconsegna al contatto con creature vegetali e animali, dalle movenze non solo senzienti ma anche pensanti. Creature surreali, come per molti tratti l’esperienza d’Appennino vissuta sopra la piana delle cose reali.

In tale direzione si muove Ivopersonaggio paradigmatico dell’esperienza di paese. Nel suo giardino si celebra l’incanto semplice della fioritura, secondo la liturgia di ogni stagione. Fuori, si consuma l’altro rito, quello al tavolo di un bar delle chiacchiere altrui, scomposte e ostili alla diversità. Dentro le sue mura Ivo vive il mistero del creato. Fuori da quelle mura la sua sognante felicità richiama lo scherno degli scettici fino al punto da infliggere allo stravagante Ivo la violenza di un dito reciso. Ma è qui che il protagonista si affida a un esperimento paradossale, eppure capace di eludere la sopraffazione a cui il paese lo condanna: complice la natura, Ivo si trasformerà in molteplici Ivi, con all’occhiello il fiore velenoso e seducente dell’elleboro. Potrà allora tenere a distanza i sopraffattori e tornerà indisturbato a godersi lo spazio del paese. La resistenza etica e l’esercizio di fantasia accompagneranno Ivo a un ‘fuori’ appartenente a tutti. Lo accompagneranno ivi, nello medesimo spazio dell’uno e dei più.

Con pari arguzia assistiamo alla quotidianità di altre vite come nel racconto farne lacerti e, in cui il lettore è chiamato a ricostruire la conversazione di due fratelli in un gioco combinatorio tra frammenti di testo disseminati su pagina. Un po’ come ascoltare nel meriggio di paese le voci delle case accanto e provare a disciplinarle attraverso l’immaginazione in una storia compiuta. L’ironia fa da cornice anche alle storie di chi, come il personaggio di Manlio Brambelli, siede su una panchina sotto rami frondosi, affidando lo sguardo a una prospettiva lontana in ogni torno di giorno. Lui resta lì impalato mentre accanto gli sfila la vita senza bagliori di chi siede e gli rivolge parola.

‘[…] Noialtri, che

sia giorno festivo o giorno feriale, ci mettia-

mo rispettosi lunga pezza in fila per passare

un foss’anche brevissimo tempo seduti al suo

fianco, sì da contargli tutti i nostri dubbi,

le questioni che viscose ci attanagliano nel

cuore, al bisogno le angosce e le annose

pene, gli altri rancori. E Manlio sta lì fermo

senza chiedere conto di alcunché. […]’

 

Però, in questi sfoghi allucinati non tutto si risolve in monologo. Perché un dialogo pur esiste, tra le parole dei sopraggiunti e lo sguardo di Manlio, capace di trasferire, sul filo sottile tra sé e un orizzonte imprecisato, il dolore di ciascuno altrove. Un dettaglio che offre la misura della relatività delle cose quando viste con gli occhi dell’altro. Eppure Santoro sa volgere un concetto risaputo in qualcosa di originale e rarefatto, attraverso la stramberia del protagonista, quasi morto nella natura viva, ma più vitale di tutti e tutto nella sua funzione catartica, nel suo ridimensionamento di crucci e paure. Lo scrittore vi riesce da una prospettiva estranea, con pochi dettagli a prendersi la scena, e però in grado di rendere il bozzetto spassoso nella sua pur irrinunciabile profondità di intenti. D’altronde, in questo esercizio di scrittura è ben manifesta l’eco di un grande maestro di Santoro, quel Landolfi nei cui racconti certe periferie geografiche ed esistenziali si caricano di grottesca malinconia.

Difatti, l’amarezza di ciò che manca non si rovescia in rabbia, piuttosto si batte a colpi di levità e di straniamento anche nelle periferie di Santoro. È lì che si scartabella in soffitta, tra le carte ingiallite, a caccia di un’Italia passata in cui riconoscersi o da cui distanziarsi. Lì ci si arriva a definire per negazione, per quello che non si è, per la trama che non si vuole scrivere di sé, per i giorni fuggiti. Lì i ruderali accorrono a popolare, con progetti di futuro, paesi in odore di fine e rovina. Lì i ragazzi costruiscono ricordi di agosti in bici e brache corte, di ortiche spinose, graffi e cicatrici, di punti persi e punti vinti da portarsi dietro per interi pezzi di vita. Lì la rivalità tra contrade spinge finanche alla resurrezione dei morti per imporsi nella sfida dei numeri tra sagre limitrofe. Lì la lista è lunga sotto la voce assenza, ma senza lasciare possibilità di ricompensa nemmeno se si fugge altrove.

‘Una volta all’anno si doveva andare tutti

insieme a Sasso. Proprio tutti. Tanto che in

casa non ci restava nessuno. Nella nostra

come nelle altre dei dintorni. […]

[…] E arrivati a Sasso ci restavamo per un

giorno intero. Fino al tramonto. Ce la gode-

vamo. Bellissima Sasso. Poi da lì si ritornava

alle case parlando nuovamente di Sasso. Di

come era e di come non era. Sempre bello

a Sasso. Anche stavolta siamo stati davvero

bene. Che belle sensazioni guarda. Io quan-

do vado a Sasso. Lì a Sasso è tutta un’altra

storia. Certo che ci si potrebbe vivere sempre

a Sasso. E allora perché noi’

In questo racconto, dove Sasso si presenta come toponimo ma anche come puntello, stricto sensu, a cui aggrapparsi tra i ricordi, l’euforia di una scampagnata si amplifica nell’enumerazione dei dettagli, nella rincorsa senza fiato delle esclamazioni, nella rapidità delle ore quando il tempo è felice, salvo arrestarsi inaspettatamente sull’orlo di un finale sospeso. Il congedo è in una domanda senza punteggiatura, incerta essa stessa come tutto quanto nei paesi sulla cima di qualcosa. Perché, chi in certe terre cresce, rimane a vita sulla soglia, sulla porta evocata nel racconto di apertura, con il sentimento irrevocabile di non potersi trattenere né lì né lontano da lì e di condividere la stessa dubbia definizione di un’ofride appennina.


Minimo strutturale su CrunchEd

Minimo strutturale su Crunched

Qual è stata la prima frontiera che avete attraversato?  Cercatela in Minimo strutturale di Eda Özbakay, un percorso libero tra racconti e poesia, dove ogni lettura svela nuovi orizzonti.
Recensione di Paolo Perlini

Vi ricordate qual è stata la prima volta che avete attraversato una frontiera? Io sì, lo ricordo bene, anche perché dopo poche centinaia di metri un uomo panciuto, con i baffetti alla messicana, del tutto uguale al sergente Ingrassia, sventolò la paletta e ci intimò l’alt.
Mi è venuto in mente leggendo questo frammento di Eda Özbakay tratto da Minimo strutturale, edito da pièdimosca edizioni:

la frontiera – A

sempre diritto! mi risposero
mentre oltrepassavo la fron-
tiera, salutandomi con un bat-
tito di ciglia di pelle nera e
penzolante.

Eda Özbakay ha suddiviso in 7 frontiere questa raccolta di micro finzioni, numerandole dalla A alla G e attraversandole troviamo in ognuna suggestioni diverse.
Per certi versi mi ricordano gli esperimenti musicali di John Cage e le sue proposte indirizzate  alla ricerca di un’esperienza d’ascolto libera e aperta. La raccolta infatti si muove tra racconto, poesia e sperimentazione grafica sulla pagina, invitando il lettore a decifrare liberamente, senza un percorso prestabilito.
Per Özbakay, come per Cage, l’artista non è il controllore del testo o del suono, ma un liberatore: non c’è un piano, non c’è un modello da seguire. L’esperienza è frammentaria, dettata da spostamenti di senso.

Breakfast
colazióne s. f. [dal lat. collatio –onis “il mettere insieme”

di questo si tratta: di mia madre che finisce
di preparare la colazione, riempiendo i bu-
chi del formaggio con pezzi di formaggio, di
mio padre che si siede e inizia mordendo un
buco ripieno di formaggio sopra una riga di
giornale, di come cadono le briciole di vacca
sui trattati multilaterali.

Ci sono paesaggi/suoni che inquietano, fanno sorridere, spingono a meditare. Ne riporto solo un’altra, perché mi ha ricordato la seconda frontiera che ho attraversato, questa volta a piedi e in uno sperduto valico di montagna:

metà giugno

la guerra era finita e le partite di calcio che
provenivano dalla radiolina sotto il pergolato
sapevano di cloro a metà giugno. nelle case
colava il grasso dai piani cucina, dai seni e
dai panni ricamati. le volpi diventavano pel-
licce e ci si chiedeva a cosa servisse portarsi
dietro l’ovatta, visto che ormai si trovava
ovunque, piegata come si deve.
fuori qualcuno imparava a guidare tra i meli,
lì dove il terreno era ancora morbido e l’erba
cresceva intorno ai trogoli, a ciuffi di franget-
ta. le ruote slittavano sull’umido e il timone
affondava tra le mele in decomposizione.
e successe che a quest’ora del giorno, quan-
do arrivarono le mosche per il tè pomeridia-
no e i cucchiai di cupronichel rivelarono la
loro ossidazione, spuntarono le prima ossa
bianche tra le zolle fumanti.

Il bello di questa raccolta è che, rileggendo i microtesti, ogni volta riaffiorano ricordi diversi. Pur essendo le stesse parole, si avvertono nuove armonie. E, in sequenza, mi tornano in mente tutte le frontiere che ho attraversato.