POI TUTTO RICADDE | Da Moby Dick a Le città di pianura: tra capitalismo, natura e paesaggio
POI TUTTO RICADDE su inSintesi di Nicola Palumbo
Durante il Salone del Libro di Torino a fine giornata sono finito alla Bocciofila Vanchiglietta per la presentazione del libro Poi tutto ricadde di Marco Catone, edito da Piedimosca Edizioni per la collana “catrame”. Alla presentazione c’era anche Pierpaolo Capovilla, reduce dal successo della pellicola Le città di Pianura.
Il libro di Catone è liberamente ispirato all’opera di Melville e riporta delle illustrazioni dello stesso autore. E’ un libro che mette in primo piano un simbolo potente: il doblone spagnolo, la brama di denaro connaturata nell’essere umano.
Ogni personaggio segue un’ossessione, e il doblone diventa una sorta di cartina di tornasole. C’è il tema del viaggio, del rapporto tra uomo e natura che si esprime su diversi piani semantici. C’è il mistero e l’ignoto. E’ un classico che ritrova nelle illustrazioni di Catone una interpretazione riconoscibile ed originale. Ma mi fermo qui e vi lascio all’intervista.
A fine presentazione ho fatto due chiacchiere con i due che trovate in versione integrale sia in video che nella trascrizione qui di seguito.
Dicevo prima che durante la presentazione mi sono ricordato anche di un parallelismo con due libri: uno è Cuore di tenebra e l’altro è Tempo di uccidere di Ennio Flaiano. Sono due libri che affrontano il sia il tema del colonialismo, che dell’abuso dell’uomo sulla natura, ma anche della scoperta e dell’ignoto.
Catone: si, ne parlo anche nella nota introduttiva. Cito proprio in conclusione il parallelo con Conrad, che è forse il libro più affine, nonostante la mole, perché Moby Dick è enorme, sterminato, mentre Cuore di tenebra è un libricino smilzo. Però gli archetipi sottesi sono i medesimi. Anzi, il personaggio di Kurtz, poi ripreso da Coppola in Apocalypse Now con le stesse caratteristiche, è Acab: ha le stesse caratteristiche superomistiche, quell’indifferenza totale nell’andare verso un obiettivo, indifferente a tutto il resto.
Per cui c’è questo caso. Poi, nel caso di Conrad, semplicemente la balena è sostituita dal legname, però alla fine il senso è lo stesso. In quel caso c’è il Congo, che è stata una delle nazioni più devastate dal colonialismo in assoluto nella storia, dove il massacro venne fatto dal re del Belgio: era il suo possedimento privato, non era neanche una colonia. Per cui lui poteva disporre di tutti gli abitanti come voleva, poteva ucciderli.
Allo stesso modo di quello che è avvenuto con le balene. Però le balene sono degli animali, per cui c’è sempre, come diceva Pierpaolo, quella considerazione degli animali come creature inferiori. In questo caso parliamo proprio di esseri umani.
E poi anche Flaiano: anche in Flaiano troviamo più o meno, magari in maniera più sfumata, le stesse tematiche. In quel caso il tema del viaggio.
Chiedo anche a Pierpaolo: sei anche un attore e hai partecipato a un film dove anche lì c’è un viaggio. C’è forse un parallelismo anche lì tra il capitalismo, il viaggio e come la natura viene deturpata?
Capovilla: Sì, evidentemente sì. Le città di pianura è un road movie molto semplice, molto gentile: uno sguardo languido nei confronti di una comunità umana che ha fallito tutto. Non perché non abbia cercato un obiettivo: si è accontentata del sistema capitalistico, quindi dell’individualismo economico. Ha creduto nello sviluppo economico e non ha creduto nel progresso sociale.
Il parallelo è praticamente inevitabile. E poi è chiaro che la natura è stata deturpata. Ve lo ricordate, no? “Piccola e bella”, la piccola e media impresa. Poi arriva la crisi del 2008, Lehman Brothers, crolla tutto quanto, e di questi capannoni non ce ne facciamo più niente. Ma non ce ne facciamo più niente neanche delle infrastrutture che sono state create per questo sistema economico, che sono immense.
È stato un processo di cementificazione spettacolare in Veneto, in Friuli-Venezia Giulia, in Emilia-Romagna, in gran parte della Lombardia, ma in tutta la cosiddetta Padania. Tutte le falde acquifere sono compromesse. L’aria della Pianura Padana è la peggiore dell’Unione Europea.
Quindi che cosa ha fatto Acab in Pianura Padana? Ci ha proprio fregato alla grande: ci ha rubato le due cose essenziali, i due beni comuni inalienabili, l’aria e l’acqua.
Quindi passiamo dall’olio usato per alimentare l’illuminazione pubblica alla depredazione totale.
Capovilla: È il fuoco, evidentemente, che è contro di noi. Un’altra cosa bellissima, a proposito di elementi alchemici: chi è che ha vinto fra l’aria, l’acqua e il fuoco? È il fuoco.
La cosa bella del libro è che si dà una trasposizione del testo in immagini. C’è una predominanza del nero. Perché?
Catone: da una parte per una mia predilezione personale, proprio su questi punti di riferimento come Albrecht Dürer, i grandi incisori medievali o rinascimentali. Oppure, in tempi più recenti, ammiro un grande disegnatore come Frank Miller, che è poi quello che ha ricreato il personaggio di Batman tutto con questi bianchi e neri fatti a pennello, con la china, inchiostro di china puro e assoluto.
Per cui una visione quasi manichea. Spesso anche Elena ha detto giustamente che Moby Dick è considerato quasi una parafrasi sia della Bibbia che di Omero. Per cui andiamo proprio alle radici della nostra cultura. Non ci sono sfumature.
C’è uno scontro tra natura e civilizzazione, tra il mondo tecnologico e il caos primordiale. Questo è il senso profondo del libro.
Infatti, quando leggo Moby Dick, mi vengono in mente le immagini delle grotte di Lascaux, le grotte di Chauvet, le grotte paleolitiche in cui vediamo questi cacciatori senza volto che cercano di arpionare, di colpire con le lance questi enormi bisonti preistorici, questi tori giganteschi.
Chiaramente è una metafora dello scontro sempiterno fra il mondo umano, che cerca di ordinare il tutto, di rendere tutto ordinato, comprensibile, razionale, e invece la natura, che ci sfugge, che è qualcosa di caotico, che non comprendiamo, ma che alla fine vince. Vince sempre.
E penso che anche nella situazione attuale che stiamo vivendo, alla fine sarà proprio la natura a dire l’ultima parola. E non so in che modo.
Se questo viene visto come un romanzo di formazione, leggere questo libro, come leggere anche altri libri oppure vivere la nostra esperienza, ci porta poi alla fine a quale sintesi?
Capovilla: Vince la natura. Deve vincere il timore che noi dovremmo imparare a coltivare della catastrofe. Vogliamo restare a questo mondo o non vogliamo restare a questo mondo?
Io sono molto affezionato a questa cosa qua. Come diceva Woody Allen: “Mi piace respirare, mi piace essere vivo”. E mi piace essere circondato da donne e uomini vivi. Mi piace la vita, anche la nostra vita umana.
Io non disprezzo la razza umana e non mi auguro la sua fine. Mi auguro la fine definitiva, una volta per tutte, del capitalismo.
Facevamo questa battuta prima: nel 1789 a Parigi inventarono la ghigliottina per fare prima.
Tu arrivi alla stessa sintesi?
Catone: mah, diciamo che più che la natura, penso che quello che prevale alla fine sia l’inconoscibile rispetto al conoscibile.
Penso, come diceva giustamente Pierpaolo, che bisogna comprendere anche l’uomo nella natura. Se l’uomo viene compreso armonicamente nella natura, non è un corpo estraneo, come si presenta invece attraverso la civiltà capitalistica, industriale, depredatoria.
Per esempio, spesso vengono viste le catastrofi naturali — tsunami, inondazioni — quasi come una punizione divina, come se la natura si rivoltasse contro. Ma alla fine la colpa è nostra: non sappiamo armonizzarci, costruiamo dove non dobbiamo costruire, costruiamo male.
Se noi invece fossimo più flessibili, più rispettosi e conoscessimo meglio i ritmi naturali, come li conoscevano i nostri progenitori, alla fine queste catastrofi non avverrebbero. Questa frizione, questo scontro, non si innescherebbe.
Si innesca perché la direzione che stiamo prendendo, soprattutto per quanto riguarda le civiltà cosiddette industriali, quelle più tecnologicamente avanzate, va in direzione opposta rispetto al cercare un’armonia con il resto.
Capovilla: dovremmo anche sempre ricordarci, credo, che la fase capitalistica della storia dell’umanità è estremamente breve, dal punto di vista della storia dell’umanità stessa, per non parlare dell’era geologica.
È negli ultimi tre secoli, dal “Prometeo liberato”, quindi dallo sviluppo e dal fiorire del capitalismo, che abbiamo incominciato sul serio, e in maniera così determinata, a distruggere l’ecosistema in cui viviamo. Prima non era così.
Se andiamo a dare un’occhiata — lo possiamo fare ancora adesso, anche se sono ormai diventate rarissime — alle comunità umane primigenie, in Perù, in Amazzonia, qualcosa forse è rimasto in Africa, quelli che tirano le frecce agli elicotteri quando li vanno a osservare… Questi non conoscono la modernità, non sanno che cos’è la contemporaneità o la postmodernità.
Vai a vedere queste comunità: sono società matriarcali e basate sul gioco, non sul lavoro. Konrad Lorenz, se ricordo bene — magari non era lui, non vorrei dire una stupidaggine — osservava che un individuo maschio adulto in una di queste comunità lavora in media otto ore al mese.
Certo, non c’avete la penicillina, non c’avete l’aspirina, non c’avete la medicina moderna, ma c’avete una cosa incredibile che noi non abbiamo più: la simbiosi con la natura.
Noi, in questa mancata simbiosi con la natura, abbiamo creato tutto il nostro benessere distruggendo la natura stessa.
Perché arrivano i virus? Stanno costruendo un’autostrada in Amazzonia. Stanno praticamente costruendo l’autostrada dei virus in Amazzonia. Perché? Perché hanno bisogno di infrastrutture per spostare la soia. E a che cosa serve la soia? Agli animali. E a che cosa servono gli animali? A essere mangiati.
Andiamo avanti così, e allora aveva ragione Melville: aveva capito tutto.
E poi tutto ricadde. (Titolo del libro Ndr)
Capovilla: Mi è piaciuta come chiusura. Grazie per la tua sagacia.
Catone: Nel Colombre Buzzati racconta di un marinaio che viene inseguito per tutta la vita da questo mostro marino. Lui fugge per tutta la vita pensando di essere divorato.
Quando ormai è anziano, vecchio, dice: “Insomma, marinai, mettetemi in una scialuppa e lanciatemi verso il largo. Io mi arrendo, mi faccio divorare dal mostro”.
Questo enorme mostro arriva vicino a lui, apre la bocca e ha una perla meravigliosa. E dice: “Ma perché sei scappato tutta la vita? Ti portavo la perla del re del mare, che porta la felicità. Hai sprecato tutta la vita”.
Però poi Buzzati, genio, fa una coda ulteriore e dice: “Venne trovato uno scheletro su un’isoletta deserta: teneva tra le mani un sasso”.
Per cui probabilmente era anche tutta una sua invenzione, un’allucinazione che si era creato. Però Buzzati, da genio, aveva capovolto il racconto e alla fine c’era un senso: valorizzava il racconto originale.
