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Arcipelago libri | Le cose inutili di Carlo Sperduti

Arcipelago Libri, seconda puntata. L’inchiesta narrativa condotta da Carlo Floris incentrata sul romanzo Le cose inutili di Carlo Sperduti, pubblicato dalla casa editrice umbra pièdimosca in questo 2020. L’autore risponde alle domande di Sara Picchiarelli. All’intervista segue la lettura di due brani realizzata da: Michele Bandini, Valentina Testa e Fabio Furiosi.

Per l’inchiesta poetica, Maria Borio conversa con Umberto Piersanti, una delle figure più importanti della letteratura italiana contemporanea, trattando argomenti come il lessico del poeta, natura e memoria, riflessioni sul suo ultimo libro, edito da La nave di Teseo, Campi d’ostinato amore.

La musica è realizzata dal Maestro Sandro Lazzeri, con i brani per chitarra tratti da Eight discernments di Andrew York (WalkingSnowflight Sherry’s waltz), su cui il musicista sardo sta lavorando per registrare il suo ultimo cd.

 

Ascolta la puntata nel sito di Arcipelago Libri


Vivoumbria.it | Presentazione di Le cose inutili

PERUGIA – Quando Vlado Merletti ricompare al Baranoia, dopo un lustro di assenza e un divorzio mal digerito, non tutto è rimasto immutato… Parte da qui “Le cose inutili”, il romanzo di Carlo Sperduti (pièdimosca edizioni) che verrà presentato venerdì 2 ottobre alle 18 all’Osteria Il Gufo di via della Viola, a Perugia.

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Fuga | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

A ovest si scioglie sulla linea d’acqua il tuorlo, di circonferenza deforme in immersione come cotto da se stesso: verticale mobile su orizzontale immobile senza obbligo di enigma.

Dal primo contatto alla scomparsa trascorre un minuto veloce che affida uno strascico d’incendio ai suoi simili al seguito. Le distinzioni si fanno gradatamente difficili nel mescolio bruno dei colori.

Un’attesa di ore si inoltra nel buio animato.

Allo spegnersi dell’ultima coscienza in campeggio, dalla scogliera a nord si avvicina la torma degli inseguiti: scompagina piani di vento e di piccole dune per chilometri di spiaggia, preme sul blu del cancello confuso nella notte – carne solcata da una griglia inattiva – e scardina: è un cavallone sui rettangoli di cemento attorno al bar e poi sui viali di ghiaia fra tende bungalow roulotte verso l’uscita e ancora in salita per i binari di Zambrone.

Voltarsi è inciampare venire travolti scomparire: si voltano inciampano vengono travolti scompaiono. All’aumentare del flusso scavalcano l’inferriata ai lati del cancello, travolgono si voltano inciampano scompaiono e vengono fino all’alba travolti e annullati dall’inseguitore che all’alba non è ancora arrivato.

L’alba arriva e cancella, come ogni luce snatura e pretende assenza di mistero.

Il mattino è asperso di avventori e caffè presso il punto di ristoro: i pochi insonni si guardano e guardano con sospetto gli insonni, la geometria invariata del cancello, le sporgenze distanti sul mare del paradiso dei sub.

I bambini sulla sabbia tra i viali di ghiaia sul cemento si rincorrono. Inseguiti e inseguitori come fosse un gioco.

 

Carlo Sperduti


Incanata | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

In sosta indecisa su uno sghembo quadrivio, accade di barattare una sigaretta con un’informazione, poi di seguirla e cadere in errore.

Si avanza dunque per civici retrogradi nella strada indicata.

Pochi passi e un brusio, da tappeto, rumore bianco, diviene banchetto di frequenze in cagnara: dai tavoli di un bar con terrazzo la primavera all’aperto tossisce abbaiamenti dallo stridulo al roco, in un catalogo di dalmata beagle e boxer, spaniel spinoni e shar pei, segugi carlini e pastori…

Lingueggiano a ogni angolo sentenze in sovrapposizione assordante: concatenate palinodie di convenienza in una sostenuta mietitura di senso.

Tutto avviene per forzoso accordo. Nel frattempo degustano, sorseggiano, e con un poco di sfortuna si viene notati.

Oltrepassano allora la recinzione e il decoroso fogliame gli effetti dei latrati. Sbrindellamenti e morsi ai polpacci si fanno reali a distanza: nessuno si è mosso eppure si fugge tra e nonostante le fitte.

Si giunge così, sfiancati, in fondo alla via. In una breve pausa di sangue e sudore si contempla una scelta.

Il più delle volte – per urgenza di fuga, panico da inseguimento – si prosegue su via Prenestina, perpetua sega elettrica la cui invalicabile lama di traffico è un morire inimitabile tra denti. Si esplode infatti su un cofano anteriore, piovendo frattaglie di prossima cronaca.

Carlo Sperduti


Frazione | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

Gambe, bacini, schiene, nuche assortite. Profili.

Spuntano, coi loro pantaloni gonne tailleur giacche cappotti maglioni felpe: entrate abortite: in portoni condominiali negozi d’abbigliamento ricevitorie bar pescherie tabacchi tavole calde supermercati banche call center alimentari poste librerie macellerie profumerie parrucchieri…

È iniziato in tarda mattinata su Via Catania, all’altezza del mercato coperto, per espandersi al resto della città. Forse andrà oltre.

Un avanzare monotono e inesorabile di processione concentrica, centrifuga. Il ripetersi uniforme, voluto, necessario di un atto cultuale.

Ogni umano è incagliato in cinque quarti di secondo uno schema fisso.

È un segmento di passo in avanti: la pianta del piede destro tocca il suolo interno, il piede sinistro appena sollevato all’esterno.

Ricominciano.

Cinque quarti di secondo. Profili fessi dai palazzi. Spuntano.

Alcuni sembrano picchiare ripetutamente la testa, altri averla persa. Non è possibile stabilire se pensino cosa.

Gli insetti i cani i gatti i topi gli uccelli, domestici e non, mantengono scrupolosamente le distanze: è il deterrente sentore che a un contatto diretto li scagionerebbero.

 

Carlo Sperduti


Ripetizione | racconto di Carlo Sperduti

 

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

Una cipria, da giorni. Trucco ocra per un cielo ruvido sulla scuola. Una patina diffusa.

Una tavolozza terrea, a scurire progressivamente: sotto il cielo il rosso desertico della facciata e poi la belletta delle zone non asfaltate, quasi estinta per secchezza.

In uscita grembiuli bianchi come piccole zone di tela sotto la tempera sbalzata via, per poca tenuta – bassa qualità della tinta – o volontà di raschietto: indeterminabile.

Oggi, però, una sola alunna varca la soglia e scende la rampa, trecentoventisette volte.

Non è, come di consueto, una folla simultanea, un’erogazione improvvisa, caotica, un getto ad alta pressione che inonda Via Piemonte.

È un gocciolio costante, senza foga.

Attorno alla recinzione e dentro il cortile, coppie di genitori o singoli genitori, zie, fratelli e sorelle maggiori aspettano tutti una stessa bambina.

La bambina raggiunge un’automobile, vi s’infila sgraziata arrampicandosi sul sedile posteriore: a portiera chiusa esce da scuola, dà la mano al papà e s’incammina allegra, volta all’angolo sparendo alla vista ed esce da scuola…

L’ultima, la prima, la stessa, è di troppo: sono già andati via.

L’edificio dell’ex ospedale la rimastica e ingoia; l’apparato digerente l’accompagna, lavorandola, tra i corridoi.

Quando si affaccia a una finestra del secondo piano ha il colore del cielo, quello stesso trucco greve.

 

Carlo Sperduti


Ovvietà | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

L’allestimento in vetrina è cambiato. Il negozio di errori in corso Vannucci.

Ora lo spazio è zeppo di specchi. Guardano lisci in ogni direzione, in ogni indiscrezione. Riflessi di riflessi di specchi riflettono riflessi di riflessi, caleidoscopio che i passanti non vogliono guardare. Non sono riflessi, pensano. Collettiva ipotesi autoreferenziale o giudizio su quelli.

Di sintassi in sintassi la realtà va facendosi opaca, e infatti: ecco avverarsi un semicerchio proibito. Nessuno lo calpesta. La base della vetrina è diametro. Nessuno si avvicina. Gradatamente più ampio, il vuoto è spontaneo sulla pavimentazione. Poi, una copertura filamentosa di marcescenza: miceli e miceli e miceli, la decomposizione si espande a macchia d’odio. Nessuno calpesta. Formiche che girano al largo.

Ogni giorno una disposizione, una sponda in più; ogni giorno i riflessi si estendono. E la muffa, innaturalmente.

Le bave grigie si proiettano in breve in altezza, tentativi di rette diagonali attraverso la strada. L’istinto di scardassare la lana malata è represso. Il centro si svuota.

Il negozio propone una tautologia.

 

Carlo Sperduti


Distrazione | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

Due scalinate si guardano in tralice senza volontà, per mancata simmetria, ai due opposti della piazza: si rassegnano a centinaia di coppie di piedi che salgono e scendono, a un cicaleccio di bocche e a un piovere di natiche in sosta su pietra dalla condanna primavera all’affacciarsi dell’autunno.

Ogni cosa si svolge dentro uno stanco simbolo in pensione: alternarsi di e scelta tra luce e ombra, manicheismo svuotato come bottiglie tra le chiacchiere.

Meridiana di svago, il sole proietta a ogni ora le sue indicazioni – esplicite in primavera, d’estate in negativo – per le zone privilegiate, sull’una o sull’altra scala. Traiettorie innumerevoli seguono oggi un istinto di lucertola al sole, domani un bisogno di acqua sul fuoco.

La geometria del luogo è però cornice di alcune devianze: una, otto o tre volte al giorno un gruppo distratto siede sul primo o quinto o terzo scalino, sotto la cattedrale di San Lorenzo o sotto il Palazzo dei Priori, declinando l’invito, mancando di decifrare la più semplice tra le mappe.

Ecco dunque emergere un’isola d’incertezza, profilarsi una fuga di senso: alcune persone, tentate dall’imitazione, rimangono in bilico tra due dimensioni, gambe piantate al confine; le scalinate intravedono una speranza incrinatura nel cristallo della ripetizione; una stilla di dubbio – nei decenni tortura cinese – precipita all’inverso nel sole.

Un colpo di tosse o una serranda abbassata, un rombo di automobile o il tintinnio di un brindisi e tutto torna: il gruppo recupera la mappa, corregge le lettura.

A ben guardare l’incrinatura è parte del cristallo e non si è mai nascosta, ma il tranello continua a funzionare.

 

Carlo Sperduti


Divertimento | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

La storia recente di Piazza Sofia si pronuncia in sospeso.

Da settimane la neve è una lastra marmorea, accecante di riflessi al sole, al suolo, insolubile, profonda quanto l’immaginazione dell’osservatore che non crede più all’asfalto: un sospetto di lavorio sabbioso d’insetti, operai ctoni, giunge fino a quinti e sesti piani; notti di ipotesi catastrofiche tracimano dal sonno alla veglia allagando gli appartamenti.

Due strisce di verde alberato tripartiscono il bianco, dentro il contorno della grande rotatoria e ai lati del segmento centrale della Strada di Settimo.

L’itinerario del 18 s’interrompe, così come si nega l’accesso a chiunque. I solchi della linea tranviaria da qualche parte lì sotto, nella memoria dei residenti all’intorno che ritirano i piedi ai primi passi dagli ingressi: tentativi, come di chi si approccia a un mare meno che tiepido in una stagione che non sembra possibile: ma questa è una distesa sotterranea, di movimenti granulari e risacca di paura.

Scagliano oggetti contro la fissità, da ogni altezza e ora.

Coi giorni le stanze si svuotano di mobili e viveri. Gli occhi esausti non discernono variazioni; confuse, le menti confermano per sottomissione.

Pure, a forza di proiettili brutali, s’inaugurano sottilissimi meati, incominciano timidi sfaldamenti, esitanti separazioni di placche, smottamenti di dettagli: gli interstizi si fanno presto più evidenti – di vuoto uniformemente accelerato – e qualcosa di molteplice, minuto, non stenta a trascorrere, avventurandosi con gioia elementare tra cadaveri di sedie, televisori, frigoriferi, esseri umani, canterani…

Di là si diffonde l’allarme: i piccoli sprofondano in gole di ghiaccio. Ne resta soltanto una coda di suono giocosa e lontana, nel suolo.

 

Carlo Sperduti


Astensione | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

In tempi vicini, poco oltre il duecentesimo chilometro dell’Emilia, all’altezza di una pietra miliare scomparsa, si è generata una piccola buca nell’asfalto, profonda appena due strati sottili e meno ampia di una mattonella di medie dimensioni: non tanto da passare osservata, lieve sobbalzo di pneumatico qual è, confuso tra le mille scosse di motori e lamiere. Noncuranti, per lo più, i viaggi in auto.

Metà di una imago è tornata alla luce tra il secondo e il terzo strato, mutando della buca, sotto ogni vettura di passaggio, la forma del perimetro, lasciandone invariata la superficie complessiva.

I guidatori ignorano che il futuro prossimo nella prossima città si configura per ognuno in quel perimetro, in iconiche sembianze di grigi cuori, fiamme, penne, gocce, bottiglie… a significare amori, incendi, contratti, emorragie, abusi d’alcol…

L’incanto, d’altronde, non aspira all’incontro, non desidera riconoscimenti. Si limita a registrare, non provoca. Forse ha un autore cui trasmette materia continua di rimuginio o trama romanzesca.

Ma i rapporti tra le cose.

Solo le automobili, nell’ordine di centinaia o migliaia in un giorno – difficile computo – sembrano invitarlo, spingendolo avanti per la frazione di secondo che a ognuna compete, a seguire i destini alle mete.

Pure la buca, col suo incantesimo mezzo celato perfino a se stesso, rimane a distanza, malinconico personaggio che osserva l’azione, a cui si addice sottrarsi alla giga alla fine del dramma.

 

Carlo Sperduti