pièdimosca edizioni

il lettore medio | le cose inutili di Carlo Sperduti

Nel tardo pomeriggio estivo in cui Vlado Merletti, tuttologo, rimise piede sul terrazzo del Baranoia, tutti i tavoli all’aperto erano beffardamente occupati.

Basta leggere poche pagine de “Le cose inutili”, il nuovo romanzo di Carlo Sperduti, edito da Pièdimosca edizioni, per ritrovarsi di fronte a un bivio: si odia questo libro oppure lo si ama.
Faccio parte di quest’ultima categoria ritenendo il testo semplicemente geniale. Al di là del tono surreale della storia, della quale è protagonista il tuttologo Vlado Merletti costretto – suo malgrado – a fare i conti con sé stesso e con la propria famiglia, quel che colpisce è lo stile: per Sperduti il romanzo è una scacchiera sulla quale le pedine, pardon le parole, possono muoversi con libertà assoluta, regalando al lettore momenti di intrattenimento misti a profonde riflessioni, senza mai perdersi in arzigogoli inutili. C’è sostanza, tanta, ma c’è pure forma, proposta in modo così innovativo da sperare che la folta colonia dei non lettori si avvicini alla letteratura attraverso un medium del genere.
Non aggiungo altro e lascio la parola all’autore.

“Le cose inutili”Come è nato questo romanzo? 

Inizio col dire che questo romanzo è nato due volte: la prima faticosissima gestazione è iniziata nel 2010 ed è finita nel 2015: il pargolo, dopo sì lungo tempo estratto dall’autore col congiunto ausilio di ventosa ostetrica, autominacce e autoschiaffoni, è sopravvissuto solamente qualche mese al duro mondo delle lettere nostrane, disperdendosi nel naufragio del suo primo editore dopo aver lasciato tracce nelle menti di settantadue lettori; l’avventura della seconda nascita è iniziata nel 2019 ed è finita nel 2020, periodo in cui la redazione di Pièdimosca edizioni, dopo aver rinvenuto il cadaverino al largo di Bari, con procedimenti che non posso rivelare per postilla contrattuale, l’ha resuscitato e rivestito, munendolo di apotropaico tatuaggio in forma di gamberetto. Destino bizzarro per un libro bizzarro, il cui autore che, inutile a questo punto negarlo, sono io, si era messo in testa, con entusiasmo adolescenziale fuori tempo massimo e più ancora fuori luogo, di combattere l’appiattimento narratologico italico sviluppando un calderone di idee dal cui incessante ribollire sono usciti diversi lavori, tra cui “Le cose inutili”. Alla base c’era l’idea di non fare assolutamente nulla di quel che si poteva leggere sui soliti libri pubblicati in Italia, intendo gran parte di quelli di un certo successo, che mi parevano, e mi paiono ancora, romanzi ottocenteschi a cui s’è applicata, nel migliore dei casi, una nuova mano di vernice: mi dicevo, in sostanza, che se proprio dovevo essere vecchio, cosa che i miei dintorni culturali non mi avrebbero in ogni caso risparmiato, preferivo essere un po’ meno vecchio degli altri. Ecco allora che ho bandito ogni interesse per la costruzione del personaggio e per la sua psicologia e ho iniziato a puntare tutto sui procedimenti formali, mi sono riempito la testa di giochi di parole, inversioni logiche, sregolatezze sintattiche, situazioni surreali e fantastiche, termini desueti, neologismi, enumerazioni, nonsense, regole arbitrarie con connotazioni preferibilmente combinatorie o geometriche… e alcuni ingredienti di quel calderone, cinque o sei, invece di andare a comporre una raccolta di racconti, come sarebbe potuto accadere, sono confluiti nelle avventure dei personaggi de “Le cose inutili”.

Cominciamo con lo stile. Il lessico, le situazioni, i dialoghi ricordano molto la scrittura di Achille Campanile e gli “Esercizi di stile” di Raymond Queneau. Possiamo considerare questi autori pietre miliari della tua scrittura o c’è qualcun altro che ti ha ispirato? 

Considerando che gli estremi cronologici della prima realizzazione del romanzo sono piuttosto ampi – coprono circa cinque anni – mi sarebbe difficile fornire una lista esaustiva delle influenze, degli omaggi, delle riscritture nascoste e anche delle precise cose da cui volevo invece allontanarmi. È pero indubbio che i nomi di Achille Campanile e Raymond Queneau, soprattutto per quello che hanno in comune, individuano una delle categorie letterarie – parlo di quelle che esistono nella mia mente, non di quelle che non esistono affatto al di fuori – cui tutto il mio primo periodo di scrittura deve molto, e che saranno presenti, magari in quantità e modi diversi, anche in futuro. La categoria cui alludo è quella ludica e umoristica in cui il gioco e il divertimento consistono in un meccanismo a orologeria che non ha altro scopo se non quello di essere un meccanismo a orologeria – non è vero, c’è anche altro ma non divagherò. In maniera casuale e incompleta, per dare un’idea delle aree d’interesse di allora: Boris Vian, Raymond Roussel, Alain Robbe-Grillet, Giorgio Manganelli, Carlo Emilio Gadda, Jorge Luis Borges, Julio Cortázar, Nikolai Gogol, Daniil Charms, Laurence Sterne, Robert Louis Stevenson, Lewis Carroll, Edwin A. Abbott, Fëdor Dostoevskij, Alphonse Allais, Alfred Jarry, Adolfo Bioy Casares, Gustave Flaubert, D. A. F. de Sade, Marcel Proust, Franz Kafka, Michail Bulgakov, James Joyce, Flann O’Brien, Samuel Beckett, Jules Verne, Herman Melville, Edgar Allan Poe, Dino Buzzati, Tommaso Landolfi, Aldo Palazzeschi…

Comun denominatore di ogni personaggio della storia è la necessità di fare i conti con se stessi e con il susseguirsi degli eventi. Chi sceglie la fuga, chi subisce le conseguenze delle scelte (proprie e altrui), chi sempre tace e acconsente. È la quotidianità che ha ispirato i personaggi di questo universo oppure ogni personaggio veicola un preciso messaggio? 

Che la quotidianità ispiri situazioni e personaggi è quasi inevitabile, se per quotidianità, come si dovrebbe, si intende (anche) ciò che ogni giorno avviene nella mente di ognuno. In questo senso, “Le cose inutili” può essere interpretato come una fotografia ad alta definizione di ciò che accadeva nella mia testa in quel periodo e la risposta è sì: l’intero libro ha tratto ispirazione da quella specifica quotidianità.
D’altra parte, se con quotidianità si intende quell’altra cosa, la risposta è no, o al massimo , per infiltrazioni – l’episodio dello studente Antonio al suo primo giorno di volantinaggio, per esempio, è sostanzialmente autobiografico – ma non è di quello che sono fatti i miei libri e non è di queste infiltrazioni che mi preoccupo, dato che i vasi in questione sono comunicanti e se hanno qualcosa da dirsi io sto qui ad ascoltare. Le dinamiche cui fai riferimento – e di cui dai un’interpretazione da lettore che m’interessa molto, perché mi dimostra ancora una volta che ogni cosa esiste tante volte e in tanti modi quante sono le sue fruizioni – per me sono traiettorie al servizio del disegno generale, in altre parole funzioni, che funzionalmente al grande Nulla additato dal libro si muovono, incidentalmente facendo i conti con sé stessi ma sostanzialmente procedendo in maniera dissennata.
In quanto al messaggio: questo mai!

Il tuo romanzo è stato pubblicato in piena quarantena da una neonata realtà. Una scommessa doppia – in pratica – in un momento molto delicato per l’intero settore. Come e quanto cambierà il mondo dell’editoria dopo questo surreale periodo che ci stiamo lasciando alle spalle? 

Se conoscessi la risposta precisa a questa domanda correrei alla Camera di Commercio a registrare il mio marchio editoriale e agirei di conseguenza, ma purtroppo, come tutti, posso fare solo supposizioni, e in questo caso mi viene da farle da libraio indipendente, dato che questo è il mio lavoro, più che da autore. Mi è sembrato, anche confrontandomi con colleghe e colleghi sparsi in tutta Italia, che le librerie e gli editori indipendenti siano stati meno sconvolti dall’accaduto, intendo in termini di danni e di lavoro, e che questo dato relativamente incoraggiante in un assetto globale alacremente distopico ci venga appunto dalla nostra identità di indipendenti. Laddove infatti la grande macchina della produzione e della distribuzione libraria ha dovuto rallentare e arrestare su molti fronti, noi, che agiamo su scale infinitamente più piccole, con ritmi non frenetici, con rapporti lavorativi più umani e spesso diretti, e che insomma abbiamo quella maggiore libertà di movimento che ci viene dalla scelta di traballare costantemente pur di fare le cose come crediamo andrebbero fatte, abbiamo retto il colpo, traballando più del solito, è vero, ma soprattutto reinventandoci il lavoro dalla sera alla mattina e potendo contare su una solidarietà sincera e fattiva, che si è espressa in molte iniziative di mutuo sostegno, economico e morale a un tempo, tra editori e librai. Se mi dovessi basare su questo, potrei addirittura ipotizzare un’inversione di tendenza. Tuttavia non la ipotizzo: mi sembra invece che le cose, neanche tanto lentamente, stiano tornando all’impropriamente detta normalità. Se così fosse, sarebbe un’occasione persa per smettere di traballare, e più in generale per imparare qualcosa da una situazione tragica e assurda. E va da sé che non parlo solo di editoria.

Cosa ti aspetti da questo libro? 

Che non ci siano due lettori a tirarne fuori gli stessi piaceri o le stesse supposizioni, impressioni, conclusioni, domande. Mi aspetto troppo, insomma, come sempre: un crudelissimo esercizio di stile che mi autoinfliggo per temprare lo spirito, lasciandolo in balia di spirituali hiroshime alla prova dei fatti.

E ora veniamo alla domanda freudiana o marzulliana mauriziocostanziana (decidi tu in base all’umore e alle congiunzioni astrali): possiamo considerare autobiografico lo starnuto verde? 

Lo starnuto verde è quanto di più autobiografico ci sia nel libro: mi sentivo inesistente, e sentivo inoltre che se fossi esistito avrei fatto un po’ schifo.

Titolo: Le cose inutili
Autore: Carlo Sperduti
Genere: Surreale, umoristico
Casa editrice: Pièdimosca edizioni
Pagine: 129
Anno: 2020
Prezzo: € 14,00
Letture consigliate: “Esercizi di stile” di Raymond Queneau; “In campagna è un’altra cosa” di Achille Campanile.
Tempo medio di lettura: 2 giorni

L’autore


Carlo Sperduti è nato a Roma nel 1984 e vive a Perugia, dove fa il libraio.
È autore di racconti, microfinzioni e romanzi per numerose case editrici e riviste indipendenti. Per Pièdimosca edizioni ha curato l’antologia “Quaranta cose inesistenti”, interamente scritta da autrici e autori di otto e nove anni, e pubblicato racconti sulla rivista settepagine.

Paquito

 

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  • LE COSE INUTILI

    Carlo Sperduti

    Carlo Sperduti è nato a Roma nel 1984 e vive a Perugia, dove fa il libraio. È autore di racconti, microfinzioni e romanzi per numerose case editrici e riviste indipendenti. Per pièdimosca…
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