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Notte | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

Si vedrebbe da quel terreno gerbido l’altura fronduta di fronte, se non fosse già scesa la notte.

Solo in cima, dall’acropoli di Arpino un segmento di linea megalitica s’illumina, all’unico scopo d’illuminare, con un tedioso retrogusto turistico e il piccolo centro abitato celato al di là, da cui appena si avverte un lumeggiare, a notifica del confine celeste.

Più giù s’intuisce infrequente una parte di serpe obbligata. È l’asfalto tortuoso per giungere a Civitavecchia: corrusche vetture attraversano il buio, sporadiche, elencano profili di alberi che paiono un albero solo in salita che corre, precede a insegnare la strada.

I fari svaniscono poi inghiottiti a sinistra. Di essi rimane per qualche secondo il ricordo in un rombo lontano: la luce si spegne nel suono. Infine in silenzio rinasce l’attesa, di nuovo la notte è totale dal piano al frammento di mura.

Una coppia, di là, rimarrebbe per ore a guardare le sue stelle ascendenti, incurante di ogni finzione.

Una, però, compiuto il tragitto non lascia la strada nel buio. La linea è continua, un fascio di torcia potente: si allarga avanzando e non viene inghiottita a sinistra.

Ora si contano gli alberi: qualcuno sembra crollare; pericolanti, altri resistono.

Un tuono di terra rimbomba più volte tra le colline. Da fianco a fianco si ripete qualcosa che viaggia al di là del rumore, un’ecolalia indecifrata per troppo disturbo, per troppa frequenza.

È solo all’alzare degli occhi che il punto è chiarito: quel tratto di mura pian piano digrada nel nero, scivola a destra. Quando si è mosso abbastanza, entrambe le luci son spente.

Carlo Sperduti