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Lettura | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

In primo luogo, non è possibile che il cittadino conservi memoria di un evento così remoto in assenza di testimonianze tramandabili. Non è possibile conservarla, in secondo luogo, poiché il fatto annulla la memoria per intrinseca natura.

L’ultima volta – computando nell’angustia della norma umana – è accaduto nove secoli fa.

In un falotico risvolto dello spazio-tempo la città di Roma non è quella, ma un ignaro testo, complesso ma non troppo, i cui movimenti interni non sono che di atomi e molecole d’inchiostro e carta.

Il massimo itinerario concepibile, se la città si conoscesse, sarebbe quello che principia da una parola in alto a sinistra – la parola parola è qui una convenzione al quadrato – e si esaurisce in un’altra in basso a destra.

I nove secoli sono l’intervallo, altrimenti percepito, tra un voltare di pagina e l’altro: voltare che frantuma la città per schiacciamento: città che crede, in un mutato scenario, di edificarsi e ordinarsi nei secoli col proprio ingegno.

Nasce man mano, invece, negli occhi di un incostante neghittoso lettore, un po’ duro di comprendonio, che talora fa l’orecchio per tenere il segno.

Carlo Sperduti