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Isola | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

Il tempo, abbandonato, si trova in un giardino.

Il giardino è protetto dall’intrico di sé su due lati e dal vecchio municipio. Il tempo è scandito per pochi da sordi tonfi di pigne: provvisori invisibili gavoccioli nel fitto di erba di rovi di buio.

Labirinto modesto, una volta, di quindici svolte tra siepi in un centro città; ora massa compatta e isolata di verdi di grigi marroni e di neri.

Il tempo il giardino i tonfi negati a chi nelle strade lontane passeggia e non vede e non sente, dimentico della scansione in ore minuti secondi che resse per ere indefessa la storia, all’oscuro per assenza di ombelico di generazioni ricambio rimorsi.

Decedere è cosa esoterica per l’ultimo esempio di successione: per morte di un altro un settario discende da un punto ogni volta diverso dei monti, oltrepassa non visto quel segno composito di ruggine e rami.

La congrega rimane in attesa – a loro è concesso – di avere notizie dell’uno: testimonianze in forma di un nuovo volume. Biblioteche di appunti si scrivono attorno a una pigna ostinata, immune al destino comune alle altre, immobile a un metro e settanta di altezza.

Una vita è un gran libro di ipotesi e note, di calcoli dubbi e cancellature, vissuta in esilio nel tempo smarrito dal resto del mondo, nutrendosi d’erba e bevendo la pioggia; una vita finisce tornando sui monti volume alla mano, consegnandolo agli altri e vedendo nel nuovo prescelto se stessi partire.

La Marsica perpetua ribolle qua e là di studi febbrili.

Analizza, la setta, quell’unico punto di assenza di tempo nell’unico spazio di tempo rimasto. Lo scopo è capirlo e non farlo attecchire, evitare il contagio che ha preso già tutto.

Eppure così – non se ne avvedono – la pigna s’immilla tra pagine e menti, eternandosi in barba alle morti di chi la morte vorrebbe indietro per tutti.

 

Carlo Sperduti