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Fuga | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

A ovest si scioglie sulla linea d’acqua il tuorlo, di circonferenza deforme in immersione come cotto da se stesso: verticale mobile su orizzontale immobile senza obbligo di enigma.

Dal primo contatto alla scomparsa trascorre un minuto veloce che affida uno strascico d’incendio ai suoi simili al seguito. Le distinzioni si fanno gradatamente difficili nel mescolio bruno dei colori.

Un’attesa di ore si inoltra nel buio animato.

Allo spegnersi dell’ultima coscienza in campeggio, dalla scogliera a nord si avvicina la torma degli inseguiti: scompagina piani di vento e di piccole dune per chilometri di spiaggia, preme sul blu del cancello confuso nella notte – carne solcata da una griglia inattiva – e scardina: è un cavallone sui rettangoli di cemento attorno al bar e poi sui viali di ghiaia fra tende bungalow roulotte verso l’uscita e ancora in salita per i binari di Zambrone.

Voltarsi è inciampare venire travolti scomparire: si voltano inciampano vengono travolti scompaiono. All’aumentare del flusso scavalcano l’inferriata ai lati del cancello, travolgono si voltano inciampano scompaiono e vengono fino all’alba travolti e annullati dall’inseguitore che all’alba non è ancora arrivato.

L’alba arriva e cancella, come ogni luce snatura e pretende assenza di mistero.

Il mattino è asperso di avventori e caffè presso il punto di ristoro: i pochi insonni si guardano e guardano con sospetto gli insonni, la geometria invariata del cancello, le sporgenze distanti sul mare del paradiso dei sub.

I bambini sulla sabbia tra i viali di ghiaia sul cemento si rincorrono. Inseguiti e inseguitori come fosse un gioco.

 

Carlo Sperduti