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Diluvio | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

 

Sotto un balcone striminzito, c’è appena spazio per la ragazza senza ombrello. La pioggia battente da più di mezz’ora, a scrosci impietosi, è diritta e pesante nei dintorni del tramonto.

Al lato opposto della via, benché la distanza sia breve, si distingue a fatica, tra innumerevoli interferenze acquose, l’insegna ad arco luminoso delle figlie di San Camillo; il 409 s’affatica e quasi naviga nella strada fatta pozza.

Al di qua della volontà, un esercizio d’infanzia ritorna per noia: catturare con gli occhi una singola goccia, agganciandola nel lampione acceso qualche metro sopra la testa per accompagnarla fino all’incontro col suolo: interrompere il flusso di processi non còlti. Età differente, identica frustrazione.

Se per un movimento accidentale del capo, però, un’incalcolabile frazione di tempo e un irrintracciabile itinerario di luce s’incontrassero, di ogni goccia s’ingrandirebbe a dismisura il contenuto, come a uno sguardo di lente impossibile, e lente si vedrebbero cadere le gocce con ulteriore manipolazione di tempo.

In una, un millimetrico signore saluterebbe, distinto, a precipizio; in altra, fortezze si schianterebbero al suolo in crolli formidabili; di qua un intero pianeta si sfalderebbe con tonfo di tuffo inesperto; di là un sistema solare si accartoccerebbe su un tetto di automobile: nanometriche apocalissi e universi suicidi riempirebbero a miliardi un solo decimetro quadro, un solo secondo di una sola giornata di precipitazioni.

Invece la ragazza, dato che ora spiove, abbandona il suo incerto riparo contro la pioggia – nient’altro che pioggia. Abnorme ignara umida galassia che si scrolla di dosso resti di guerre e catastrofi stellari.

 

Carlo Sperduti