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Astensione | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

In tempi vicini, poco oltre il duecentesimo chilometro dell’Emilia, all’altezza di una pietra miliare scomparsa, si è generata una piccola buca nell’asfalto, profonda appena due strati sottili e meno ampia di una mattonella di medie dimensioni: non tanto da passare osservata, lieve sobbalzo di pneumatico qual è, confuso tra le mille scosse di motori e lamiere. Noncuranti, per lo più, i viaggi in auto.

Metà di una imago è tornata alla luce tra il secondo e il terzo strato, mutando della buca, sotto ogni vettura di passaggio, la forma del perimetro, lasciandone invariata la superficie complessiva.

I guidatori ignorano che il futuro prossimo nella prossima città si configura per ognuno in quel perimetro, in iconiche sembianze di grigi cuori, fiamme, penne, gocce, bottiglie… a significare amori, incendi, contratti, emorragie, abusi d’alcol…

L’incanto, d’altronde, non aspira all’incontro, non desidera riconoscimenti. Si limita a registrare, non provoca. Forse ha un autore cui trasmette materia continua di rimuginio o trama romanzesca.

Ma i rapporti tra le cose.

Solo le automobili, nell’ordine di centinaia o migliaia in un giorno – difficile computo – sembrano invitarlo, spingendolo avanti per la frazione di secondo che a ognuna compete, a seguire i destini alle mete.

Pure la buca, col suo incantesimo mezzo celato perfino a se stesso, rimane a distanza, malinconico personaggio che osserva l’azione, a cui si addice sottrarsi alla giga alla fine del dramma.

 

Carlo Sperduti


Visibilità | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

L’uomo robusto, i pantaloni di tasche, di un verde di quelli che vanno al marrone, il giubbotto arancione con maniche assenti.

La gente lo vede, come il giubbotto assicura – altamente – per utilità lavorativa. Lo vedono affiancarsi a sinistra, seduti sul treno di spalle alla marcia, qualche attimo dopo la lenta partenza: rincorre carrozze barbuto e incolto, i capelli tirati all’indietro dal vento, tentacoli di polpo in un mare binario.

Ognuno è sicuro di vederlo soccombere nella sfida tra ferro e cosce e polpacci, tra ruote sopravvissute a invenzioni e millenni e peroni e rotule e tibie.

Lo vedono in fondo al convoglio svanire in corsa, poveramente rialzati da un’altra corsa vincente.

Lo vedono dai finestrini con spalle alla marcia e ne ricordano fino a Loreto lo sguardo neutro sul naso grosso: di chi si affretta senza fretta, rincorre senza scopo, insegue senza preda.

Lo ricordano – senza saperlo – fino alle prossime fermate e ripartenze, quando l’uomo compare ancora e affianca e corre e perde: Porto Recanati, Potenza Picena, Civitanova e costa: viaggiare non vederlo mai salire sapere che viaggia.

 

Carlo Sperduti

 

 


Coincidenza | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

Coi segni di recenti pene oniriche in volto, un viaggiatore abbandona la stazione, rifiuta la prospettiva di quarantanove minuti di annunci nell’attesa di un regionale che lo riconduca a casa.

Sicuro della sua meta d’interludio, oltrepassa il fiume e si fa osservatore – seduto a un tavolo del Bar Centro sotto il portico – delle terga dell’eroe che guarda il Ponte di Mezzo.

Nel momento in cui una donna esce dal civico 9 – portoncino in legno verde di non recente verniciatura, pigiama primaverile a giraffe allegre ma non troppo – e attraversa obliqua metà della piazza nascondendosi alla vista – complice la solenne piattaforma del monumento – il viaggiatore individua una risatina chioccia nell’insieme acustico, seguita dal professionale attrito di una lama su una teglia nell’adiacente pizzeria al taglio.

Germe di un motivo musicale, la coppia di suoni si ripresenta di lì a pochi secondi.

Di astrazione in astrazione si isolano un cucchiaino antiorario in una tazzina, la parola sùbito da una signora attempata con cane e telefono, un abbaiare e un miagolio allarmato in contrappunto, il trillo di una bicicletta, un clacson, un lieve odore di bruciato e farina.

Poi di nuovo risatina chioccia, lama su teglia e cucchiaino, sùbito cane gatto, bicicletta e clacson, lieve odore di bruciato e farina. Poi di nuovo e ancora e ancora…

Stimolato da allergia, il viaggiatore starnutisce e soffia il naso tra cane e gatto, coprendo quest’ultimo.

Dunque, sguardi su di lui: sgomenti, adirati, scandalizzati.

Per salvare le apparenze, simulare una variazione, tre piccioni si mettono a barrire unisoni in accordo diminuito. A nulla vale il tentativo.

Un macchinista, tra sbuffi e imprecazioni, sostituisce veloce le gelatine su luna e lampioni. La donna a giraffe riappare e lesta si rifugia, per gli esatti passi di prima, nel civico 9. Garibaldi discende esausto dal podio e si eclissa in un vicolo.

La giornata, lo si intuisce, volge al peggio; gli occhi di tutti all’Arno e al suo gorgoglio ferale.

Il viaggiatore si alza, schiacciato da una colpa ignota, e si dirige al ponte, evitando nei limiti del possibile gli sguardi di accusa di chi è rimasto sulla piazza in rassegnata attesa.

Pochi metri, però, e inciampa in una nebbia, murmure biancogrigio che rampolla da argini molli.

Carlo Sperduti


Rotazione | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

In un punto della notte, ogni notte in un punto diverso, il paese dorme di un sonno sincrono. Non sa, la sua parte umana, di esistere, oppure torna a non esistere: ignorano se stessi uomini e donne, non hanno modo di assistere a legni pietre vetri metalli in concorso d’intenti, custodi gelosi della ruota degli esposti, perno di un’inversione che incomincia dalla piazza.

Ben piantata sul suo asse, la bussola girevole è un sole nero come un buco; la chiesa le gradinate il pozzo il municipio prendono a orbitare; continuano, gusci concentrici fino agli estremi del borgo, a proteggerla.

Terminato un giro completo di questi, è quella a incominciare il suo: non già dall’esterno all’interno, a celare un abbandono di carne indesiderata, ma in senso inverso, desiderosa di offrire in Piazza Verdi ciò che non sarà offerto.

L’unanimità del sonno si rompe puntuale in una o più case prima che il secondo emiciclo sia percorso, per impazienza di una rivelazione o terrore della stessa. La ruota si arresta.

Chi schiude gli occhi in quel frangente scruta il nero aguzzando l’udito, destato da un suono non suo solamente immaginato; rimane impigliato un minuto in uno spostamento di sensi, stridente con la vita come un ausiliare sbagliato in un libro. Trasporterà in sé un rimpianto senza oggetto che talvolta, nell’attraversare la piazza, scalcerà dall’interno come un figlio inconsapevole, lasciandolo smagato.

Carlo Sperduti

 


Transito | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

Si diparte per ortogonali la viuzza in salita, malamente asfaltata da lustri di noncuranza. Un muro di contenimento precede un’erta verde, indica con grigio imparziale le opzioni carrabili a destra e a manca.

Lassù, pochi metri d’erba quasi sgombri da arbusti precedono una più fitta boscaglia in cui lo sguardo s’interrompe per vie naturali di rami e foglie.

Solo pochissime automobili, tra quelle che giungono al bivio, se ne vanno a sinistra, residenti in tre villette di là; la più parte prosegue a destra tra i colli, per Pignataro o Brocco o per il lago Fibreno, non senza arrancare sulla pendenza in aumento in quel punto di svolta.

Una vecchia, a due metri dalla sommità del muro e poco più distante dall’oscurarsi del bosco, il corpo allargato dall’età, brucia sterpi in un fuoco incauto, che il vento minaccia di estendere al mondo.

Nell’affaticamento dei motori, nel cambio di marce e nelle sterzate, guidatori e passeggeri le gettano un occhio e la vecchia ricambia dall’alto con sguardo di roccaforte.

In quel momento si transita tra un fuoco e un rudere, dall’altro lato, che non si fa a meno di notare: casa vecchia di pietre ancor più vecchie tra spire di rampicanti, umide scalette smozzicate per un ingresso vano, occluso, resti di tetto bombardato e arreso. Nulla si può scorgere dell’interno.

Uno si convince che il rudere contenga le qualità della vecchia, che nella persona non riesce a vedere, e si ripromette di tornare a guardare, magari quella stessa notte. Un altro intuisce il prossimo incendio inquadrato dall’alto: la prima linea di fiamme, che dalla vecchia si mette a marciare, la bocca ridente di un bosco sdentato.

 

Carlo Sperduti

 


Persistenza | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

Giunto al bivio, che impone una scelta tra una recinzione di cresta e un tracciato meno palese, nel fitto dei faggi per Pizzo Fau, il camminatore si arresta in una valutazione, presto inibita da un impensato problema visivo.

Per una panoramica frustrata, si accorge che il paesaggio non subisce variazioni col procedere dello sguardo da destra a sinistra; neppure nell’infruttuoso viceversa da lettura occidentale.

Come fotografato sulle lenti degli occhiali, con mirabile messa a fuoco a così breve distanza, il bivio segue la testa, lenta o veloce che sia, a trecentosessanta gradi, tenacemente frontale a ogni tentativo d’inganno.

Perfino arretrando o avanzando, identico per dimensioni e proporzioni, il bivio si ribadisce con un fondo di ironia.

Liberandosi degli occhiali, il camminatore ne scorge l’invariata cornice attorno all’inquadratura. Dentro, caparbio, il bivio.

Logicamente la prossima mossa – non importa se fra un minuto o un’ora, un giorno o una settimana, poiché l’universo è paziente – sarà per il camminatore cavarsi gli occhi, ufficio al quale aste e terminali contribuiranno, nell’orrore tutto umano delle mani nude.

Stabilita l’inefficacia strategica dell’amputazione, non gli rimarrà che sanguinare, confermandosi spettatore del bivio da orbite vuote.

Il due si riproduce così narciso, onanista e beffardo, chiamando a testimone coatto della sua evidenza l’uno in cui risiede, che invade da parassita.

 Carlo Sperduti


Lungimiranza | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

Lo scoperchiamento del colle avviene. Se ne conoscono i dettagli: da Tarquinio il Superbo a oggi, passando per assedi e papi, avviene a 579 metri sopra il livello del mare, appena al di sotto delle prime mura.

È sempre di notte: una notte di tenebra fitta che isola il paese di poche luci e parole al centro di una distesa cieca. Rimane sospeso, a vicoli tesi.

Dal lago di Canterno arriva ordinata una caligine: si dispone attorno all’altura a bordarne l’opercolo. Lo solleva quel tanto che basta a introdursi discreta tra le pietre e la mucida minuta vegetazione. Con la stessa discrezione lo lascia ricadere, senza un suono che svegli. Solamente una scossa muta, di caduta improvvisa, immaginata nel sonno.

Fumone è a parte dell’opera, non la nega e non la ostenta. Sospetta nel colle una cavità di pignatta senza fondo. Si sveglia all’alba sapendosi strumento: contenitore.

Perfino i bambini, se un curioso da fuori s’informa del fatto, rispondono con una sentenza popolare – impavidi, a guardarli negli occhi, o precoci commedianti – che da sempre, lì, si fanno provviste per l’inferno.

 

Carlo Sperduti


Notte | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

Si vedrebbe da quel terreno gerbido l’altura fronduta di fronte, se non fosse già scesa la notte.

Solo in cima, dall’acropoli di Arpino un segmento di linea megalitica s’illumina, all’unico scopo d’illuminare, con un tedioso retrogusto turistico e il piccolo centro abitato celato al di là, da cui appena si avverte un lumeggiare, a notifica del confine celeste.

Più giù s’intuisce infrequente una parte di serpe obbligata. È l’asfalto tortuoso per giungere a Civitavecchia: corrusche vetture attraversano il buio, sporadiche, elencano profili di alberi che paiono un albero solo in salita che corre, precede a insegnare la strada.

I fari svaniscono poi inghiottiti a sinistra. Di essi rimane per qualche secondo il ricordo in un rombo lontano: la luce si spegne nel suono. Infine in silenzio rinasce l’attesa, di nuovo la notte è totale dal piano al frammento di mura.

Una coppia, di là, rimarrebbe per ore a guardare le sue stelle ascendenti, incurante di ogni finzione.

Una, però, compiuto il tragitto non lascia la strada nel buio. La linea è continua, un fascio di torcia potente: si allarga avanzando e non viene inghiottita a sinistra.

Ora si contano gli alberi: qualcuno sembra crollare; pericolanti, altri resistono.

Un tuono di terra rimbomba più volte tra le colline. Da fianco a fianco si ripete qualcosa che viaggia al di là del rumore, un’ecolalia indecifrata per troppo disturbo, per troppa frequenza.

È solo all’alzare degli occhi che il punto è chiarito: quel tratto di mura pian piano digrada nel nero, scivola a destra. Quando si è mosso abbastanza, entrambe le luci son spente.

Carlo Sperduti


Distanza | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

Come soldati in trincea dimentichi del contesto, spuntano eretti, notturni, dei corpi. Su un lato del ponte, tra la quarta e la quinta arcata, rimangono immobili, esposti ai colpi di un nemico invisibile: questi logicamente li abbatte, benché non esista e non esista una guerra.

Ottanta metri ed è tutto un tuffarsi acrobatico: li chiamano suicidi. Corpi d’ignoti si ammassano nel letto del Tessino assetato; a volte la pioggia li agucchia, inconcludente e viziata: annoiata dall’eterno giocare.

In prima luce, ogni mattino, dal paese vengono a prenderli e li fanno sparire. Debolezza presunta, segreto da non dare a vedere.

Quelli, però, non intendono recarsi a morte.

C’è un momento di spazio, noto soltanto al resto del mondo, che esiste di un’esistenza contraffatta e lunare.

Tentati da un’alta esperienza i forestieri vi giungono al buio. Qui realizzano il sogno dei sogni: arrivare alle stelle e poterle davvero guardare. Si trovano allora perduti di fronte a inferni d’idrogeno ed elio e subito invertono il sogno, perché ora è la Terra a distanza incolmabile dallo spavento siderale.

Si spediscono quindi all’ingiù, lettere commendatizie a una geometria smarrita, ma non trovano protezione.

Si disfano, vittime meteoritiche di un implacato impattare.

 

Carlo Sperduti


Diluvio | racconto di Carlo Sperduti

Questo racconto fa parte della raccolta inedita Esterni

 

 

Sotto un balcone striminzito, c’è appena spazio per la ragazza senza ombrello. La pioggia battente da più di mezz’ora, a scrosci impietosi, è diritta e pesante nei dintorni del tramonto.

Al lato opposto della via, benché la distanza sia breve, si distingue a fatica, tra innumerevoli interferenze acquose, l’insegna ad arco luminoso delle figlie di San Camillo; il 409 s’affatica e quasi naviga nella strada fatta pozza.

Al di qua della volontà, un esercizio d’infanzia ritorna per noia: catturare con gli occhi una singola goccia, agganciandola nel lampione acceso qualche metro sopra la testa per accompagnarla fino all’incontro col suolo: interrompere il flusso di processi non còlti. Età differente, identica frustrazione.

Se per un movimento accidentale del capo, però, un’incalcolabile frazione di tempo e un irrintracciabile itinerario di luce s’incontrassero, di ogni goccia s’ingrandirebbe a dismisura il contenuto, come a uno sguardo di lente impossibile, e lente si vedrebbero cadere le gocce con ulteriore manipolazione di tempo.

In una, un millimetrico signore saluterebbe, distinto, a precipizio; in altra, fortezze si schianterebbero al suolo in crolli formidabili; di qua un intero pianeta si sfalderebbe con tonfo di tuffo inesperto; di là un sistema solare si accartoccerebbe su un tetto di automobile: nanometriche apocalissi e universi suicidi riempirebbero a miliardi un solo decimetro quadro, un solo secondo di una sola giornata di precipitazioni.

Invece la ragazza, dato che ora spiove, abbandona il suo incerto riparo contro la pioggia – nient’altro che pioggia. Abnorme ignara umida galassia che si scrolla di dosso resti di guerre e catastrofi stellari.

 

Carlo Sperduti